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BRERA
VIEWS - COMMENTI E OPINIONI
CHE SI POSSONO LEGGERE SOLO QUI
Enel, il gigante dimezzato
Paolo Brera
(Dicembre 2000) Sono giornate smorte per il titolo dell'Enel alla Borsa di Milano. Può andare un po' su o andare un po' giù, ma il fatto è che il prezzo si mantiene ormai da settimane sotto quello a cui fu collocata al pubblico l'ultima tranche della società elettrica, oltre un anno fa.
Eppure non si può dire che l'Enel sia fermo. Al contrario, la gestione di Franco Tatò gli ha impresso una spinta notevole, sulla base di un disegno strategico tutt'altro che banale. Tatò vuole arrivare preparato al momento in cui cadranno le ultime vestigia del monopolio statale dell'elettricità. Per "preparato", leggi "diversificato". L'idea portante è quella della multi-utility, qualcosa che esiste solamente in Italia.
In che consista, è presto detto. La domanda dei servizi di una impresa del settore delle utility (gas, acqua, elettricità, telefono) tende ad essere rigida perché la gente, abituata da anni a ricevere la bolletta da una società, non cambia facilmente fornitore. L'offerta richiede un investimento in una rete di condutture sotterranee, che però può essere una ed una sola per tutte e quattro questi tipi di utility. Di qui l'idea luminosa (o gassosa, o acquea…): se una sola società s'ingegna di offrire tutti i servizi, è facile riesca a conquistare i clienti che già serve per uno solo di essi. In più, risparmia una fortuna sulle spese iniziali di investimento perché usa una rete già in opera. Semplice e geniale. E questo sta facendo l'Enel, fra l'altro con l'acquisto di Infostrada (telefonia fissa) e la sua prossima fusione con Wind (telefoni cellulari).
Per finanziare tale acquisto Enel ha fatto ricorso ad un maxi-prestito di 10 miliardi di euro e presto venderà le cosiddette Genco, cioè società di generazione elettrica scorporate dall'insieme delle centrali Enel. Con la vendita entreranno dei bei soldi, ma sarà anche tagliato via un altro pezzo di monopolio (il candidato più quotato all'acquisto è il gruppo Compart, già oggi al secondo posto nel settore). Perciò i prezzi dell'energia elettrica potranno solo scendere, almeno in termini relativi (cioè rispetto agli altri prezzi).
Tatò conta di porre rimedio al prevedibile calo degli introiti con un insieme di misure di razionalizzazione (che sono già a buon punto, perché Tatò è un grande razionalizzatore) e con la diversificazione. Delle Telecom si è detto. Aggiungiamo l'espansione all'estero: Enel ha presentato un'offerta per il polo energetico Veag-Laubag nella Germania orientale, e attende una risposta entro il 14 dicembre. Aggiungiamo l'espansione nel business dell'acqua, settore in cui però Tatò sta incontrando difficoltà politiche a farsi vendere l'acquedotto pugliese, e quella nelle scommesse, settore promettente ma non si capisce quanto correlato al core business.
L'Enel che verrà a costituirsi nella nuova costellazione di produzione non sarà più di proprietà pubblica. Il governo di centro-sinistra infatti vuole vendere al più presto un'altra tranche, non solo per il gusto di privatizzare, ma anche per creare qualche problema al futuro governo. Berlusconi non potrebbe più fare le nomine ai posti dirigenti e sarebbe privato dei facili introiti del collocamento, che invece andranno in mano al presente governo e saranno, verosimilmente, spesi per preparare le elezioni (a pensar male si fa peccato ma si imbrocca sempre).
Secondo quanto è trapelato, il Tesoro avrebbe allo studio una seconda tranche del collocamento Enel intorno al 20 per cento del capitale, in modo di scendere sotto il 50 per cento nel controllo dell'azienda elettrica. (Il ministero del Tesoro attualmente detiene poco meno del 70 per cento del capitale sociale.) L'obiettivo sarebbe arrivare al collocamento in febbraio. Di certo c'è che esponenti del governo hanno detto di voler collocare una seconda tranche Enel agli inizi del 2001 e comunque prima delle elezioni politiche di primavera.
Per gli alluvionati, Del Turco inventa un condono
Nicola Sardi
(Dicembre 2000) Mentre, purtroppo, continua a piovere, molti già si domandano come farà il Governo a far fronte al buco non previsto nella Finanziaria 2001, creatosi per la necessità di reperire i fondi indispensabili per risarcire i danni agli alluvionati.
La risposta ci arriva ora da una proposta d'emendamento studiata dal ministero delle Finanze: i 6.000 miliardi, inizialmente preventivati come importo minimo per far fronte alle prime esigenze, saltano fuori da una sorta di operazione tecnicamente (e pomposamente) denominata: "rideterminazione dei valori di acquisto di partecipazioni non negoziate nei mercati regolamentari", ma che, sostanzialmente, consiste in un mini condono, termine ormai bandito stante la sua capacità di evocare ingiustizie fiscali e sconti a vantaggio degli evasori ed ora più mestamente identificato con il termine sanatoria.
In sostanza, i fondi minimi necessari dovrebbero essere incassati favorendo il ravvedimento di chi, avendo acquistato o venduto una piccola impresa, ed avendo dichiarato al fisco in misura non effettiva, o non avendo dichiarato affatto, decida di rivedere il prezzo; in tali ipotesi infatti, il fisco si accontenterà di un'imposta sostitutiva sull'operazione, che pare sarà determinata a saldo e stralcio , formula che nel linguaggio giuridico equivale all'assoluzione piena.
Solo nel nostro Paese è possibile attuare simili nonsensi: trovare con urgenza i fondi di cassa indispensabili per pagare i danni subiti dagli alluvionati, con un'operazione che, si stima (con soprendente precisione), porterà nelle casse dello Stato un importo di circa 6.130 miliardi, cioè pari e forse superiore ai danni occorsi.
I danni troverebbero la loro copertura, cioè, da una precisa stima numerica di quanti soggetti, che hanno negoziato una piccola azienda evadendo le imposte, decideranno di scoprirsi per "regalare" all'erario i fondi, pur di mettersi in regola. Più che una previsione, la chiamerei una chimera.
E così, inevitabilmente, finiremo per assistere alle legittime lamentele delle vittime per gli ingiustificabili ritardi che lo Stato avrà accumulato anche in occasione di quest'ennesima grave calamità.
Il "pupo" senza fili
Nicola Sardi
(Dicembre 2000) Il ministro del Tesoro Visco ama la Sicilia. Infatti, tutte le estati, trascorre le sue agognate vacanze in una villa a Pantelleria, la cui costruzione, ritenuta abusiva, gli ha peraltro procurato non pochi grattacapi.
Quando il Presidente del Consiglio incaricato Amato gli comunicò che Ottaviano Del Turco, ex sindacalista e con diploma di sola terza media, avrebbe preso il suo posto alle Finanze, avrà pensato che, tanto, il nuovo ministro sarebbe stato come un pupo siciliano del quale lui personalmente avrebbe governato i fili. E poi, avrà ancora pensato che la ragnatela pazientemente tessuta in quattro anni di permanenza alle Finanze, ormai così fitta e perfetta da permettere al fisco di controllare ogni cittadino solo schiacciando un tasto con un dito, di certo Del Turco non l'avrebbe spezzata. Ma così non è stato!
La riprova che il pupo Del Turco ha ormai, apertamente, spezzato i fili che lo tenevano legato a Visco, è sotto gli occhi di tutti: l'ennesimo litigio tra i due a seguito della proposta di Del Turco di abolire gli scontrini fiscali!
Tutti ci ricordiamo gli exploit di questi mesi di ministero Del Turco, in aperto dispregio del suo burattinaio: Tremonti, cioè il principale oppositore tecnico politico di Visco, per ammissione dello stesso Del Turco si scopre fargli da consulente per la dichiarazione dei redditi; poi il caso Pavarotti accolto a mò di figliol prodigo, quando invece il predecessore, trattandolo come ogni altro contribuente, aveva rifiutato di riceverlo; la proposta di detassazione della prima casa, quando Visco aveva sì formalmente aumentato la detrazione, ma, di fatto, costretto i contribuenti a pagare di più, grazie ad un artificio contabile, argomenti che hanno già trovato spazio in questo sito.
L'ultimo caso è, comunque, di gran lunga il più clamoroso: Del Turco propone l'abolizione dello scontrino fiscale, in quanto lo considera uno strumento ormai superato!
Da più parti arriva l'osservazione: ma è come proporre l'abolizione della fattura o della ricevuta fiscale! A questo punto però Visco sbotta: "l'abolizione dello scontrino non era mai stata prospettata… togliere gli scontrini esporrebbe al rischio di indebolire l'azione di lotta all'evasione… e, in ogni caso, c'è pieno accordo tra la posizione del ministero del Tesoro e quella di Palazzo Chigi".
L'ennesimo scontro tra i due è commentato con sarcasmo dal Polo, che li ha anche paragonati a Totò e Peppino. Ma, al di là dell'obiettiva difficoltà del pupo, liberatosi dai fili, di resistere alle sirene tentatrici della campagna elettorale, una cosa è certa: tra i due litiganti, Tremonti gode!
Eni cerca alleanze. In terra di Russia
Paolo Brera
(Novembre 2000) Dove andrà a cercarsi l'inevitabile partner l'Eni, una delle più grandi compagnie petrolifere europee ma anche quella finora tagliata fuori dalla febbre di merger che ha travolto le imprese del settore dell'energia? Che qualcosa stia bollendo in pentola è certo. Nei giorni scorsi è rimbalzata sulle agenzie stampa una ridda di notizie e di "fattoidi" che parlano chiaro: la società oggi così apprezzata dalla Borsa (30 per cento di aumento del prezzo dall'inizio del 2000), vuole fare un salto dimensionale, nel quadro di una nuova strategia.
Dopo anni di divisioni interne, l'Eni ha scoperto il gioco di squadra. C'è pieno accordo tra Vittorio Mincato, amministratore delegato, e Gian Maria Gros Pietro, presidente. In due interviste, del primo al Financial Times e del secondo al Sole 24 Ore, i due hanno annunciato la virata strategica. La nuova e ventura fase della privatizzazione (prevista entro fine anno) vede dunque una dirigenza forte, in grado di traghettare l'impresa nel mare magnum della contendibilità e di toglierla, incidentalmente, al possibile imperio di un Polo delle Libertà vincitore annunciato delle prossime elezioni.
Quello che si capisce della strategia dell'Eni è lineare e risponde al principio cardine del marketing strategico: Kiss (Keep It Simple, Stupid!). Il gas è il futuro e nel gas l'Eni si vuole rafforzare sia in Italia che nel mondo. La generazione di elettricità è il passo successivo, e l'Eni potrebbe acquistare una delle Genco messe in vendita dall'Enel. Sul piano internazionale, sono state messe all'ordine del giorno le alleanze strategiche.
I Proci non mancano, visto che per un'acquisizione o una partnership il cane a sei zampe potrebbe staccare un signor assegno (7-8 miliardi di euro) senza indebolire la solidità finanziaria del gruppo. Non solo: la sua capacità estrattiva ne fa il sesto big mondiale del settore, con agganci politici importanti in aree calde come l'Iran e l'Iraq. Il partner ideale dovrebbe avere campi di produzione contigui a quelli dell'Eni e/o riserve in aree dove il cane a sei zampe ha solo una presenza modesta (Australia e Far East innanzitutto, ma anche Sud America).
Si è parlato della spagnola Repsol, delle americane Phillips Petroleum ed Enron, tutto smentito, in un modo o nell'altro, dalla dirigenza Eni, che pure ha confermato l'esistenza di trattative con la solita formula: "Nel settore tutti parlano con tutti". Dove però c'è già qualcosa di più di una semplice chiacchierata è da tutt'altra parte: è con la russa Gazprom, che fra l'altro non pone il problema di un controllo estero di un'impresa strategica. L'Eni, infatti, appare più che mai il vero gioiello del Tesoro, la partecipazione che potrebbe dare moltissimo se fosse offerta sui mercati internazionali. Ma Visco, al riguardo, è stato tranchant: lo Stato non può correre il rischio che l'Eni passi sotto il controllo straniero, soprattutto alla vigilia delle elezioni.
La partnership fra le due imprese (quella russa, ricordiamo, è proprietaria di sterminati giacimenti di idrocarburi) è già molto sviluppata. Eni e Gazprom sono impegnate insieme nella realizzazione del metanodotto Blue Stream per la Turchia, nella rete in fibre ottiche sul medesimo percorso, nel metanodotto Yamal-Europa che attraverso Slovacchia e Polonia trasporterà in Europa 60 miliardi di metri cubi di gas all'anno.
"Valutiamo con interesse la possibilità che l'Eni entri nel capitale di Gazprom", ha detto il consigliere e capodivisione Rapporti con l'estero di Gazprom, Jurij Komarov, nel corso di una recente conferenza stampa, aggiungendo comunque che "prima però bisogna assicurare maggiore stabilità al titolo della società russa".
Nel frattempo l'Eni continua la sua politica industriale: sono dei giorni scorsi le notizie che è stato raggiunto un accordo per la cessione del grande patrimonio immobiliare (oltre un miliardo e mezzo di euro) e che saranno formate, scorporandole da Snam, società partecipate e non necessariamente controllate per la gestione dei metanodotti e lo stockaggio del gas. In chiaro, l'Eni sta facendo cassa per comprare una delle tre società elettriche che saranno messe in vendita dall'Enel e per finanziare l'acquisizione di cui si sta parlando in queste ultime settimane.
Fare la giustizia con i fichi secchi
Nicola Sardi
(Novembre 2000) Se i giudici sono efficienti, lo Stato li paga meno? È una domanda legittima che ci poniamo leggendo dell'ennesima protesta, con minaccia di dimissioni in blocco, avanzata dai cosiddetti G.O.A., cioè i Giudici Onorari Aggregati, per sensibilizzare il governo su quanto misero sia il loro stipendio, in media complessivamente attorno ai 2 milioni netti al mese.
I G.O.A. sono quei volontari al quale è stata consegnata la patata bollente dell'immane arretrato delle cause civili esistente alla data del 30 aprile 1995, prima dell'entrata in vigore del nuovo processo.
Questi nuovi giudici, reclutati spesso tra avvocati, notai, docenti e ricercatori universitari, si sono dovuti occupare di definire, o con una conciliazione giudiziale, o con una sentenza, tutte quelle cause che i giudici togati ordinari non sembravano essere intenzionati a smaltire, tanto ingente era il loro arretrato accumulato.
Ciò nonostante, si sono messi d'impegno e in soli sei anni hanno definito oltre il 60 per cento dell'arretrato. Ma sembra che il governo non voglia dare atto, dal punto di vista retributivo, della loro dimostrata efficienza.
È quanto si era già verificato recentemente anche per i giudici tributari, i quali avevano protestato non tanto per la misura del loro stipendio, praticamente simbolico, ma perché lo Stato si dimenticava addirittura di versarlo! Anche in questo caso, c'è l'unanime constatazione di come seppure il nuovo processo tributario, iniziato dal 1° aprile 1996, stia funzionando egregiamente, visto che in media la sentenza arriva entro un anno dalla presentazione del ricorso iniziale, i giudici artefici di questo progresso, non sono affatto premiati, anzi vengono dimenticati.
E ora che stanno per scadere le nomine dei Giudici di Pace ove l'efficienza è stata in assoluto la maggiore (8/9 mesi per una sentenza), già serpeggia anche tra essi il malcontento per l'aspetto retributivo; si teme, pertanto, un'elevata vacanza di posti a seguito del prossimo bando di reclutamento.
E ancora presto per dire altrettanto del neonato G.O.T., cioè il Giudice Onorario di Tribunale, divenuto tale da vice Pretore Onorario qual'era prima della recente introduzione del giudice unico; esso, tra i giudici volontari è il più "onorario" di tutti, in quanto non retribuito, cosicchè non ci sarà da stupirsi se, a breve, anch'essi scenderanno sul piede di guerra.
Di contro, i giudici di carriera, pur ben incentivati con una retribuzione di tutto rispetto e lavorando a tempo pieno, mediamente non si può proprio dire che abbiano migliorato gran che i loro tempi di produzione della giustizia. Sei efficiente? Allora ti pago di meno.
E dopo le cartelle pazze e finte, arriva cartella premio!
Nicola Sardi
(Novembre 2000) Buone notizie per i contribuenti! Il ministro delle Finanze Ottaviano Del Turco ci sta, infatti, tranquillizzando: non avremo il temuto autunno di cartelle pazze o di avvisi di cartelle finte. Gli errori che sono contenuti nella valanga di cartelle in arrivo, sono, assicura il ministro, del tutto fisiologici. E tali errori avranno una sistemazione immediata: basterà una semplice telefonata all'ufficio.
Ma le perplessità, da tempo manifestate su queste pagine ("Il cottimo del fisco per produrre un altro autunno di cartelle pazze"), restano ugualmente, per le seguenti ragioni.
Innanzi tutto, non sembra affatto che, almeno per quanto riguarda le grandi metropoli, una semplice telefonata permetta al contribuente di togliersi il pensiero di essere erroneamente perseguitato dal fisco: infatti, al telefono i dipendenti di questi uffici rispondono che conviene recarsi all'apposito sportello predisposto per il pubblico, con la documentazione comprovante l'errore… e lì, il contribuente trova lunghissime code, e anche quando giunge il suo turno, non sempre ottiene immediata soddisfazione. D'altronde, in una recente intervista è stato lo stesso direttore generale delle Entrate, Massimo Romano, a riconoscere come il debutto quest'anno nelle principali città dei primi quattro call center abbia avuto "esiti non proprio confortanti".
Potrebbe allora sembrare essere più comodo rivolgersi al reparto "autotutela" istituito presso i Centri di Servizio delle Imposte competenti che hanno emesso i ruoli delle cartelle, inviando via fax la documentazione, ma gli uffici rispondono che, essendo stati invasi da queste richieste, non hanno tempo di esaminarle nei ristretti tempi necessari (massimo 60 giorni dalla notifica della cartella) ad evitare al malcapitato di dover ugualmente presentare il ricorso e l'istanza per far sospendere la riscossione della cartella. E se solo dopo questi interventi sopraggiunge l'annullamento della cartella da parte del fisco, il contribuente avrà comunque già ingiustamente speso e tempo e denaro, che non sempre trova giustificazione dall'entità dell'importo richiestogli.
Inoltre, la scarsa rilevanza del numero d'errori invocata dal ministro non appare coerente con i dati che invece attestano il fiasco dell'erario esattore: la Corte dei Conti ha infatti appena comunicato che nel 1999 il fisco ha riscosso solo 2,4 lire per ogni 100 lire contestate agli evasori, sulla base delle cartelle esattoriali!
Infine, sembra che gli errori il fisco li commetta non solo a proprio favore, ma anche contro se stesso: difatti, nelle comunicazioni che, anche se in ritardo (per essere utili, dovevano infatti arrivare prima della scadenza di presentazione di Unico 2000), sta inviando ai presentatori del Modello Unico 1999, risulta che attesti la correttezza formale della dichiarazione presentatagli, riportando però degli errori, che, talvolta, determinano il riconoscimento di un credito inesistente a favore del contribuente. Un errore che potrebbe quindi comportare una sorta d'emissione di cartella premio, data dal rimborso dell'ufficio al contribuente!
Ma il fortunato destinatario, che a questo punto dovrà non fidarsi e stare attento a controllare anche queste comunicazioni, poiché i rapporti tra fisco e contribuente devono, secondo il recente statuto del contribuente diventato legge, essere "improntati a collaborazione e buona fede", certamente provvederà a segnalare con prontezza l'incongruenza (magari per telefono), per evitare di correre il rischio di essere poi (fortemente) tentato d'incassare un indebito rimborso!
L'anatocismo, questo sconosciuto (ma non per le banche)
Nicola Sardi
(Novembre 2000) C'è grande preoccupazione nel mondo bancario: in quest'autunno già eccezionalmente piovoso, sta per abbattersi su tutti gli istituti di credito anche un'ondata di richieste di rimborso da parte dei correntisti per gli interessi passivi illegittimamente pretesi dalle banche. La causa è una recente sentenza della Corte Costituzionale, che ha sancito l'illegittimità dell'anatocismo bancario. Raccontiamo di cosa si tratta e cos'è successo.
Utilizzando di fatto una norma del codice civile che definisce anatocismo quella facoltà per il creditore, previa pattuizione, di far maturare gli interessi sugli interessi già maturati, le banche da sempre hanno addebitato ai loro correntisti debitori per affidamenti in genere (aperture di credito, anticipazioni bancarie, scoperti di conto corrente, ecc...), oltre agli interessi convenzionali maturati per il periodo d'utilizzo del credito e proporzionali alle somme a debito, anche gli interessi sugli interessi passivi già maturati, entrambi con periodicità trimestrale.
Questa cattiva abitudine però, era stata dichiarata illegittima nel marzo del 1999 da due sentenze della Corte di Cassazione; infatti il codice civile, secondo l'interpretazione della Suprema Corte, stabilirebbe che l'anatocismo può essere applicato solo ove costituisca un uso normativo, mentre la clausola contrattuale con la quale le banche si attribuivano tale facoltà è nulla non traendo il suo fondamento da una norma consuetudinaria ma, al limite, da una mera prassi: in sostanza, per decenni le banche hanno incassato interessi in forza di un comportamento arbitrario, tipico di chi si ritiene contraente più forte.
Dopo queste eclatanti sentenze però, il legislatore decise subito di correre in soccorso dei poveri istituti di credito, varando a soli quattro mesi di distanza una legge di sanatoria, con la quale dichiarò che gli effetti di tali sentenze - che in concreto avrebbero imposto alle banche di rimborsare somme ingentissime a favore di tutti i correntisti affidati che ne avessero fatto legittima richiesta -, valessero solo per il futuro. In questo modo, sono stati fatti salvi i precedenti comportamenti pur dichiaratamente abusivi messi in atto dalle banche, facendo dunque prevalere comportamenti illegittimi sui diritti dei clienti!
E ora così, tutti i correntisti interessati, nei limiti della prescrizione decennale, potranno inviare la lettera raccomandata di richiesta di ricalcolo e di rimborso degli interessi indebitamente pretesi dalle banche e gli istituti destinatari delle missive dovranno procedere ad eseguire tutti i rimborsi, a meno che stesse banche preferiscano dichiararsi in bancarotta!
Questo terribile colpo si aggiunge a quello inferto alle compagnie d'assicurazione, condannate dall'Antitrust per aver fatto cartello con le polizze r.c.a., al pagamento di grosse multe, la cui riscossione, fortunatamente, non è stata sospesa dal giudice amministrativo al quale si erano rivolte: forse che potremo cominciare a dimenticarci del vecchio detto (anch'esso di uso non normativo) "banche e assicurazioni, ladri legalizzati"?
Bill Gates può andare a nascondersi, il fisco italiano diventa fornitore di software
Nicola Sardi
(Novembre 2000) C'era da aspettarselo: dopo l'esperimento di Unico2000 online per le persone fisiche, edizione 2000, il fisco dal prossimo anno offrirà gratuitamente anche il software per elaborare, pagare le imposte e i contributi e inviare la dichiarazione via Internet, anche a tutti gli altri contribuenti, tecnicamente detti "soggetti diverse dalle persone fisiche", cioè le società!
E' quanto emerge dalla circolare del 16 novembre appena diramata dal ministero delle Finanze, la quale precisa che questo nuovo servizio sia offerto dal 2001 praticamente a tutti i contribuenti a costo zero, con la sola esclusione di quei soggetti che già avevano l'obbligo di trasmettere la loro dichiarazione in via telematica (soggetti con almeno 50 dipendenti, grosse società e intermediari incaricati).
Dopo che con la Finanziaria 2001 gli uffici delle Entrate – diventati tutor gratuiti di determinati contribuenti che vogliono optare per i regimi agevolati – sono stati così posti in aperta concorrenza (sleale?) con i commercialisti, ora anche le case produttrici del software fiscale hanno avuto la loro parte! E che parte: esse a questo punto rischiano davvero di perdere completamente la cospicua fetta di mercato rappresentato dagli acquirenti dei programmi di elaborazione delle dichiarazioni, conservando solo le briciole relative alla produzione dei programmi di contabilità.
PLe società potranno, infatti, presentare domanda via Internet attraverso il sito www.uniconline.it, alla sola condizione che anche il loro legale rappresentante richieda tale abilitazione come persona fisica: ed ecco che così il gioco è fatto. Infatti in questo modo il fisco prende i classici due piccioni con una fava.
Per usufruire del nuovo sistema di pagamento online, infine, basterà essere titolari di un conto corrente aperto presso una delle banche convenzionate con il ministero, il cui elenco è facilmente reperibile sul sito www.finanze.it.
Il temuto completamento della rete fiscale telematica, con il prossimo anno, diventerà quindi un'assoluta certezza.
Umts: male per il governo, bene per l'economia
Paolo Brera
(Novembre
2000) Il commento più
giusto l'ha fatto quel fortunato marpione di Renato Soru, boss di Tiscali e
magna pars di Andala: "Abbiamo vinto con una gara regolare. È stata fatta
un'asta che si è conclusa perché uno dei partecipanti ha deciso
di
ritirarsi". Impeccabile. È proprio questo infatti, a norma di regolamento,
il risultato del ritiro di Blu dalla gara per l'assegnazione delle licenze Umts.
E se il governo pensava di aver guadagnato troppo poco (per l'esattezza 12.163
milioni di euro, un terzo in meno di quanto ha guadagnato Blair, metà
di quello che era stato indicato ufficialmente come probabile incasso), non
poteva prendersela con altri che sé stesso. Le regole infatti le aveva
fissate il governo. Fortunatamente, alla fine ha anche deciso di attenervisi.
Non a torto Soru aveva detto anche che se si fosse invalidata la gara, sarebbe
stato come proclamare "che in Italia non esistono regole certe". Eh già.
A caldo, comunque, fioccavano non solo i sarcasmi, ma anche le pressioni perché l'asta ripartisse da capo. Tu Mobile, il consorzio guidato da Tu Tlc Utilities ed escluso dalla gara per la mancata presentazione della fideiussione da 4.000 miliardi di lire, aveva chiesto al governo di annullare la gara in corso e di procedere alla riapertura di una nuova asta per dare maggiore chiarezza all'operazione. Alle cinque della sera di lunedì 23 il consiglio dei Ministri è stato riunito d'urgenza per decidere il da farsi: Palazzo Chigi, secondo alcune fonti, avrebbe potuto tentare un'azione legale nei confronti di Blu ed annullare la gara per "turbativa d'asta" o "asta impropria", qualora fosse dimostrato che fin dall'inizio il Consorzio Blu non aveva intenzioni serie. Come poi è andata a finire lo sappiamo. La gara è stata dichiarata valida, ma il governo sembra intenzionato a rivalersi su Blu escutendo i 4000 miliardi della fideiussione. Su quale fondamento etico non è dato sapere, visto che era stato il governo a fissare una base d'asta piuttosto bassa e che Blu la sua offerta superiore al minimo (anzi, più d'una) l'aveva pur fatta.
Non potevano certo essere d'accordo con le proposte di annullamento i "miracolati" dell'Umts, che hanno pagato un'inezia per le licenze e di conseguenza, in una prospettiva europea, divengono temibilissimi competitor per tutte le imprese internazionali che per ottenere lo stesso risultato si sono invece svenate. Prima fra i baciati dalla dea bendata (ma provvista di cellulare) è Tim, che tirerà fuori solo 2,42 miliardi di euro. Noccioline, insomma. E gli altri? È poco minore cuccagna anche per loro: Wind e Andala 2,43, Ipse 2,44, e Omnitel 2,45. A questi soldi si aggiungeranno 1,65 miliardi di euro che saranno pagati dai nuovi entranti Ipse e Andala per le frequenze aggiuntive. Ma sono sempre noccioline. La verità è che questo risultato svantaggia lo Stato italiano (e sul piano elettorale, il governo) ma avvantaggia molto le imprese italiane del settore e tutta l'economia, che potrà aspettarsi comunicazioni via cellulare alquanto più a buon mercato che in altri Paesi.
Polemiche, naturalmente, quasi tutte le prese di posizione di altra fonte. "Un triplice fallimento per il governo Amato", ha detto Manlio Contento, responsabile per le politiche economiche di An, sostenenendo che "il meccanismo messo a punto dal comitato dei ministri si è inceppato di fronte alla rinuncia di un partecipante": ineluttabile conseguenza, il governo ora avrà meno soldi da destinare alla ricerca scientifica e troverà meno facile ridurre il deficit pubblico. "Considerate le difficoltà che Blu ha avuto sino alla vigilia della gara con il socio British Telecom, il ritiro era prevedibile", ha affermato l'Adiconsum, un'organizzazione consumerista, invocando l'annullamento dell'asta.
Impossibile venire a capo di queste diatribe, visto che l'Italia è ormai in piena campagna elettorale strisciante (strisciante in tutti i sensi). Quel che è certo è che le frequenze sono assegnate, e che lo sviluppo della telefonia Umts in Italia potrà avvenire senza squilibri debitorii da parte dei fornitori. A caldo la Borsa li ha premiati tutti – mentre ha punito Autostrade, il membro del consorzio Blu che si ritiene sia stato repspnsabile per il ritiro.
E dopo il fisco online, ecco Giustizia online… anonima: per amore della privacy?
Nicola Sardi
(Ottobre 2000) Staremo a vedere. È quanto ci viene da dire, dopo avere sentito le dichiarazioni rilasciate dal ministro della Grazia e della Giustizia, Piero Fassino, durante la sua visita allo Smau di Milano: il processo sarà telematico già entro il prossimo gennaio per 60 tribunali e per gli altri 104 entro giugno 2001.
Sarebbe bello: con un semplice clic verrebbero trasferite migliaia di pagine di un processo da un ufficio giudiziario a un altro; l'avvocato, grazie anche alla firma digitale, potrebbe presentare l'atto introduttivo di una causa, pagare il nuovo contributo unificato (che sostituirà il pagamento dei diritti e delle marche di cancelleria), restando comodamente seduto alla sua scrivania; ciascun operatore del mondo giudiziario potrebbero attingere ai dati contenuti nella rete, per tutto il territorio nazionale… Non si tratta di un processo virtuale, ma di un processo vero, anche se il fascicolo è elettronico, precisa il ministro. E, soprattutto, la durata del processo ordinario civile, secondo l'ottimista ministro, si accorcerebbe, addirittura, da 8 a 18 mesi!
In occasione della visita fieristica, Fassino ha colto anche l'opportunità di presentare il rinnovato sito del ministero: www.giustizia.it , che ora con il portale www.nomeinrete.it offre la possibilità di cercare la documentazione giuridica on line di tutti i siti istituzionali.
Gli avvocati, intanto, dal 1° ottobre scorso sono già alle prese con la prima richiesta di collaborazione da parte del ministero, con il fine dichiarato di agevolare l'avvio dell'informatizzazione telematica: l'utilizzo del nuovo modello ufficiale pubblicato, necessario per iscrivere a ruolo una causa. Ma ahimè, superata la prima parte del modulo che richiede l'inquadramento dell'oggetto del procedimento – che dev'essere correttamente indicato anche in codici numerici – si sono accorti che la parte successiva relativa ai dati del convenuto è stata stampata priva dello spazio per il "cognome nome o denominazione" – evidentemente, per rispetto della privacy.
Questa nuova "nota di iscrizione a ruolo o nota di accompagnamento" è fondamentale anche per vedere un corretto avvio del pagamento da gennaio 2001 del noto contributo unificato, la cui applicazione ha già subito un rinvio di 6 mesi, anche a causa del ritardo nella pubblicazione di questo indispensabile modello.
Forse, quindi, un minimo di scetticismo sulla riuscita nei tempi indicati di questa lodevole iniziativa, almeno da parte dell'avvocatura, può essere giustificato.
Il vero jolly del diritto? È il notaio
Nicola Sardi
(Ottobre 2000) - In questi giorni si sta cercando di ridare impulso a una riforma che da anni, come tante altre, è rimasta al palo: si tratta di quella del diritto societario. Notiamo come anche in questo progetto non manchi comunque di fare la parte del leone la figura professionale del notaio, questo Giano bifronte, mezzo pubblico ufficiale e mezzo libero professionista.
È l'ennesimo riconoscimento di come il notaio sia considerato dal legislatore un valido professionista, fungibile per diversi ruoli nel campo, pur vasto, del diritto: una specie di jolly da calare al momento opportuno.
Infatti, nel più recente passato, è stato chiamato a voler ricoprire il ruolo di giudice onorario, per far fronte alle necessità di smaltimento dell'arretrato dei processi civili, ha ottenuto il riconoscimento di ausiliario del giudice nelle esecuzioni immobiliari, per quanto riguarda la necessità di acquisire agli atti del processo le indispensabili certificazioni dello stato degli immobili da portare all'asta e, da ultimo, con questo progetto di riforma del diritto societario, gli si vuole addirittura attribuire il potere di omologazione degli atti riguardanti le società, oggi svolto dal tribunale.
Ma è proprio su questo punto determinante che la riforma si è arenata. Infatti, l'intera magistratura ha detto che questo ennesimo riconoscimento di capacità sarebbe veramente troppo e si è mostrata quindi ostile a questa importante perdita di potere e certamente non secondaria (come erano invece le precedenti delegate ai notai)…
Hanno obiettato che il cliente che paga per ottenere l'omologazione di un atto, potrebbe così scegliersi il notaio, mentre il giudice dell'omologazione attualmente non si può scegliere… E questo costituisce un elemento di ulteriore controllo di legittimità sull'atto indispensabile per garantire il cittadino, pur già svolto in prima battuta dal notaio pubblico ufficiale che l'ha stipulato.
Si sa però che nel campo del diritto, in pratica, non esiste uniformità d'interpretazione, in quanto i tribunali si comportano, per decidere su determinati atti, anche in modo tra loro del tutto opposto… E quindi è anche noto come il cliente, per ottenere l'omologa di quell'atto che gli sta particolarmente a cuore, decida a volte di spostare la sede della società presso un altro tribunale che sa essere, per quel tipo di operazione societaria, più compiacente…
Tanto vale, allora, dare quest'ennesimo ulteriore spazio al nostro notaio, aggravando le sue responsabilità penali e civili (quest'ultime magari coperte da un obbligo assicurativo con elevato massimale): oltre tutto, in questo àmbito del diritto espleta la funzione per lui più nota e abituale! Si potrebbe invece mantenere il controllo d'omologazione da parte del tribunale unicamente per determinati atti più importanti, anche con riferimento al valore dell'operazione e all'entità del capitale della società… Ma tanto, di questi tempi, anche questa pur necessaria riforma ben difficilmente andrà in porto.
L'Irap in odore d'incostituzionalità?
Nicola Sardi
(Settembre 2000) - L'Irap, ovvero l'imposta regionale sulle attività produttive, è stata il cavallo di battaglia della riforma fiscale Visco. Il suo ideatore, infatti, l'ha sempre difesa a spada tratta sia dalle critiche mosse dai giuristi, che l'hanno definita "imposta dominio", sia dai commentatori politici che con maggior senso dello humour l'hanno ribattezzata – giocando sull'abbreviazione Irap – come "imposta rapina… ".
Ora che il ministero delle Finanze è passato di mano, prendiamo buona nota che dal Governo vengono per la prima volta promesse delle modifiche all'imposta, anche se relativamente al solo criterio di determinazione della base imponibile e limitatamente al reddito dei professionisti e delle piccole imprese, modifiche che dovrebbero trovare ingresso nell'ordinamento in occasione del prossimo collegato fiscale alla legge finanziaria 2001.
L'assurdità più eclatante di quest'imposta era stata da tutti concordemente individuata nel fatto che due soggetti aventi pari reddito Irpef o Irpeg si trovano a dover versare Irap in misura diversa a seconda dell'esistenza di determinati costi, quali quelli relativi al personale, alle collaborazioni, o agli interessi passivi.
A questo punto il lettore potrebbe essere indotto a pensare che dei due soggetti, quello che paga meno Irap è quello che ha avuto i maggiori costi. Invece no, è proprio il contrario! Questi costi, infatti, nella perversa logica di quest'imposta sono considerati indeducibili!
Come dire: se fai lavorare gli altri e utilizzi i soldi delle banche allora meriti di pagare di più, in quanto dòmini!
Le lamentele sono puntualmente sfociate in ricorsi alle commissioni tributarie, con i quali è stata eccepita l'evidente incostituzionalità dell'imposta; tra le più precise e lodevoli ordinanze di rimessione degli atti del giudizio alla Corte Costituzionale, si è segnalata quella della Commissione Tributaria Provinciale di Milano, datata 27 ottobre 1999. Conoscendo gli attuali tempi di esame delle ordinanze da parte della Consulta, è assai probabile che la questione passerà in decisione entro fine anno.
Forse il ministro Del Turco ha avuto il sentore (non vogliamo credere che si tratti di una soffiata…) che i giudici abbiano già avvertito l'odore del cosiddetto fumus boni juris, che farebbe ben sperare i contribuenti in una quasi certa dichiarazione d'incostituzionalità, almeno parziale, dell'Irap?
Crediamo che sia andata proprio così e che questa sia quindi una tattica per giocare d'anticipo, in modo da parare il colpo che, a questo punto, arrecherebbe danno non soltanto all'erario ma, soprattutto, all'immagine politica. E non è proprio il momento!
Per le professioni è la solita coperta
Nicola Sardi
(Settembre 2000) - Sono passati ben più di due anni da quando il governo mise mano al primo disegno di legge sulla riforma delle professioni intellettuali. Da allora la "patata bollente" è passata di mano tra nuovi Esecutivi, da sottosegretari alla presidenza del Consiglio, a ministri della Giustizia, ma il risultato è rimasto sempre lo stesso: un nulla di fatto.
L'ultimo passaggio è avvenuto quest'estate, quando il sottosegretario Enrico Micheli, accusato dai rappresentanti degli Ordini delle professioni regolamentate di volere, per mezzo del suo ultimo schema di decreto delegato, incidere negativamente sulle loro prerogative, lasciò che fosse Piero Fassino a prendersi cura della tanto promessa riforma.
Quando il 6 settembre scorso, il ministro della Giustizia aveva appena finito di rendere di dominio pubblico il nuovo testo di decreto, composto di otto articoli e finalmente accolto con giudizio favorevole da parte degli Ordini, ecco che subito si alza un altro grido di dolore da parte dei rappresentanti delle Associazioni delle altre professioni (quelle non riconosciute per legge), che lo accusano di aver presentato una riforma monca nei loro confronti!
E il ministro immediatamente, mostrando di tenere in debito conto la critica mossagli, replica di avere intenzione di aprire il confronto anche verso di loro, nel nuovo progetto che promette di ripresentare fra circa un mese…
Ma quali sono gli obiettivi che dovrebbe realizzare questa riforma? Il ministro conferma che erano e sono ancora tre: "favorire una più alta qualità delle prestazioni professionali, promuovere maggiore competitività nel sistema delle professioni chiamate a operare in un mercato aperto e favorire l'accesso alle professioni da parte delle giovani generazioni".
Ma il passaggio obbligato per vedere realizzati questi pur meritevoli obiettivi, in Italia passa inevitabilmente attraverso lo scontro di due interessi opposti e, pertanto, contrapposti: quello dei professionisti, diciamo così, "ufficiali" e quello dei professionisti "non ufficiali"… Ovvero il contrasto tra chi rappresenta gli Ordini e i Collegi (tacciati di essere diventati troppo corporativi, o lobbies) e chi rappresenta le Associazioni delle altre professioni (tacciate di tutelare gli interessi degli "abusivi").
Si tratta di soddisfare, nella prospettiva delle prossime elezioni politiche, oltre tre milioni d'elettori interessati a vedere come andrà a finire la riforma, più o meno equamente distribuiti tra le due forze contrapposte in gioco.
È proprio come la vecchia storia della coperta, che se la tiri da una parte per coprirti, inevitabilmente ti scopri dall'altra…
E così, probabilmente, la parola fine verrà scritta invece da parte della Corte di giustizia di Bruxelles, che entro l'anno si pronuncerà sulle tariffe forensi e sul ricorso del Lussemburgo sulla direttiva per la libera circolazione degli avvocati, così togliendo la patata bollente dalla mano del già agonizzante governo.
Tanti buoni propositi… ma nessuna sanzione
Nicola Sardi
(Settembre 2000) - Il giorno 27 dello scorso mese di luglio, oltre che per aver incassato lo stipendio, i contribuenti italiani lo ricorderanno facilmente per aver anche ottenuto la storica legge denominata Disposizioni in materia di statuto dei diritti del contribuente, entrata in vigore il 1° agosto.
La legge si compone di ventuno articoli, che sembrano rappresentare la volontà del fisco di chiedere ammenda al contribuente per tutti quei comportamenti – diciamo – poco ortodossi in precedenza tenuti nei suoi confronti. E questo proponendo un'elencazione di principi, oppure diciamo di buoni propositi, che per il futuro intende perseguire e rispettare.
Elenchiamoli questi nuovi principi giuridici cardine del nuovi rapporti fisco-contribuente, anche se sarà impossibile, temo, trattenere un minimo d'ilarità.
"Queste norme costituenti attuazione di articoli della costituzione, rappresentano i principi generali dell'ordinamento tributario e non possono essere derogate e modificate, se non espressamente e mai da leggi speciali… L'adozione di norme interpretative in materia tributaria può essere disposta soltanto in casi eccezionali e con legge ordinaria… Si sancisce che la norma tributaria è irretroattiva, che nuovi adempimenti fiscali non possono avere scadenza prima di 60 giorni dalla loro introduzione, che i termini di accertamento e decadenza per gli accertamenti non possono essere prorogati… È introdotto il divieto di utilizzo del decreto legge in materia tributaria, il diritto all'informazione del contribuente sulle norme e circolari fiscali… eppoi ancora: l'effettiva conoscenza degli atti fiscali e semplificazione degli stessi, nonché chiarezza e motivazione degli atti… il diritto all'integrità patrimoniale del contribuente… e sua rimessione in termini in caso di forza maggiore... la tutela dell'affidamento e della buona fede del contribuente, mediante il principio di collaborazione da parte del fisco… il diritto a interpellare l'amministrazione finanziaria per iscritto, con risposta scritta e motivata entro 120 giorni, altrimenti la risposta s'intende concorde a quella prospettata dal contribuente… i diritti e le garanzie del contribuente sottoposto a verifiche, il cui disturbo non può essere superiore ai 30 giorni…con successivo codice di comportamento per il personale addetto alle verifiche da emanare… l'istituzione del Garante del contribuente…"
Ma l'ilarità diventa massima, quando, alla fine, ci si accorge che lo statuto finisce senza prevedere alcuna sanzione a carico del fisco!
Esistono infatti solo due ipotesi di nullità di un''iscrizione a ruolo e di un atto emanato dal fisco in contrasto con la risposta dallo stesso fornita… Ma sono due nullità "astratte", in quanto il contribuente dovrà farle valere comunque con i soliti rimedi del ricorso al giudice, per farle dichiarare.
Ma, si dirà, esiste però il Garante, che come quello dell'Antitrust, potrà comminare al fisco delle multe terribili! Niente di più falso: il Garante del contribuente, che, stranamente, non è uno ma trino, in quanto costituito da tre componenti (di cui uno scelto tra gli ex dirigenti dell'amministrazione e generali e superiori della Guardia di Finanza), e per di più presso ogni direzione regionale delle entrate, ha il compito di "attivare le procedure di autotutela… rivolgere raccomandazioni ai dirigenti degli uffici… accedere agli uffici… richiamare gli uffici… individuare i casi di particolare rilevanza… che determinano pregiudizio dei contribuenti, segnalandoli al direttore o comandante competente, al fine di un eventuale (addirittura!) avvio del procedimento disciplinare…"! Infine, "prospetta al ministero delle Finanze casi per rimessione in termini e ogni sei mesi, gli presenta una relazione sull'attività svolta".
Poteri certamente pregnanti, ma nessuna multa per chi traligna. Peggio delle gride manzoniane, insomma.
Ricordiamo che una norma giuridica priva di sanzione è come non volerla considerare "giuridica", in quanto se è carente del suo aspetto "costrittivo", non è affatto diversa dalle altre norme, ad esempio, relative al costume alla morale, all'educazione, ecc.
L'emanazione, ormai prossima, del collegato fiscale alla finanziaria 2001 sarà il primo banco di prova del rispetto da parte del legislatore dei suoi nuovi buoni propositi, ma non c'è da sperarci un gran che. Staremo a vedere…
L'eccezione conferma… l'ugola
Nicola Sardi
(Settembre 2000) – Abbiamo in precedenza scritto come lo Stato italiano nei confronti dei suoi cittadini possa apparire, a volte "insolvente" e altre volte "clemente". Ma dopo aver letto a fine luglio la notizia della pace fiscale tra il ministro delle finanze Del Turco e il cantante lirico Luciano Pavarotti, il nuovo aggettivo che si è guadagnato è senza dubbio "insolente"!
La storia: Pavarotti viene tacciato dal fisco di aver a partire dal 1989, fittiziamente assunto la residenza monegasca, al solo scopo di non pagare più le tasse allo Stato italiano. Il tenore fa ricorso ai giudici tributari, ma relativamente alle prime due annualità passate in decisione, perde clamorosamente, sia in primo che in secondo grado: i giudici confermano la fittizietà della residenza a Montecarlo, avendo il fisco provato che, in realtà, "egli abbia mantenuto in Italia affari e interessi tali da fare, ragionevolmente, concludere che egli vi abbia mantenuto il domicilio in tutti gli anni oggetto della presente controversia…". Difatti, il cantante abitava in Italia per oltre la metà dei giorni di ogni anno d'imposta contestatogli, avendo affetti e ingenti proprietà (complessi immobiliari abitativi, terreni, ville, centro ippico) personalmente utilizzate, sia a Modena, che in prossimità di Pesaro, oltreché partecipazioni, depositi di denaro liquido e titoli, per diverse decine di miliardi… D'altronde, sono le stesse riviste e i giornali dell'epoca che parlano del Vip e lo ritraggono inequivocabilmente in quei luoghi…
Per non far rendere definitiva la seconda sentenza che lo condanna, il tenore fa presentare ricorso di legittimità in Cassazione, tuttavia, lo Stato, in forza di una sua legge, ha già maturato il diritto di incassare dal contribuente Pavarotti il totale delle imposte per le quali risulta soccombente: circa 10 miliardi, sui 45 complessivamente richiestegli con gli accertamenti impugnati.
A questo punto, il tenore chiede a Visco, che è ancora alle Finanze, di essere ricevuto per parlare della sua situazione, avendo un animo d'insofferenza nei confronti dello Stato italiano che, secondo lui illegittimamente, lo perseguita, pur avendogli dato i natali e tratto gloria dalla sua fervida carriera internazionale. Visco, giustamente, risponde che non c'è ragione per parlare con Pavarotti, oltre tutto temendo che, visto il precedente, alla porta del ministero si formi la fila di tutti gli evasori pizzicati. Il tenore s'indigna ancora di più!
Pavarotti, uscito di scena Visco, ribussa alla porta del ministero e trova Del Turco che lo riceve, con tanto di caffè e pasticcini, e definisce un accordo che gli consente di risparmiare il 40% del dovuto: pagherà solo 27 miliardi, a rate, contro garanzia per la dilazione ottenuta!
Come tecnico del diritto processuale tributario mi sono inutilmente sforzato di capire quale istituto abbia potuto, nell'infausta fase in cui si trovava, utilizzare Pavarotti per perfezionare un simile accordo, così favorevole (per lui). Confesso che con certezza non ci sono riuscito. L'unica ipotesi che mi resta, non avendo esaminato le carte, è quella della cosiddetta "autotutela": l'amministrazione riconosce di avere sbagliato e, quindi, rettifica di sua iniziativa un proprio atto che fino a prima aveva sostenuto essere corretto (peraltro avendo di ciò avuto la conferma da parte dei giudici, almeno per il primo caso esaminato). Quindi sottopone al giudice tributario, per gli anni d’imposta non ancora decisi dalla Commissione Tributaria Provinciale di Modena, il testo dell’accordo raggiunto con Pavarotti, chiedendo che esso si perfezioni sotto forma di conciliazione giudiziale e in tal modo calando definitivamente il sipario sulla questione.
I pochi principi giuridici che tutti conosciamo sono quelli che la legge è, per sua natura, "generale e astratta" e che "è uguale per tutti". Ma, forse, il ministro Del Turco, avendo solo il diploma di scuola media inferiore, non li ha studiati!
Il dubbio business di Stato dell’anagrafe tributaria
Nicola Sardi
(Settembre 2000) La ripresa dell’attività di Ottaviano Del Turco dopo le ferie estive vede impegnato il ministro delle Finanze a rispondere ad un’interrogazione parlamentare, che vuole vedere chiaro su quali siano i progetti del fisco sulla propria gestione informatica. Si tratta di fornire risposte precise su cosa intende fare quando nel 2001 scadrà la convenzione con l’attuale gestore del software dell’anagrafe tributaria, la Sogei, business che equivale, secondo stime ufficiose, al 50 per cento sul totale dell’informatica della pubblica amministrazione. Tradotto in cifre, si tratta di almeno 650 miliardi all’anno!
Le voci che hanno destato preoccupazione all’interno della commissione di vigilanza sull’anagrafe tributaria sono quelle relative all’ipotizzata gestione diretta del servizio da parte del fisco, tramite la propria società per gli studi di settore, che acquisterebbe il ramo d’azienda di Sogei.
Ci si chiede: perché l’amministrazione finanziaria - che in passato non ha certo dato prova di grandi capacità in tale settore - voglia assumersi in proprio una simile incombenza, per di più utilizzando una società che per legge è nata con una finalità ben determinata e limitata – oltre tutto sostenendo un esborso di almeno 240 miliardi, che dovrà essere sopportato dal ministero del Tesoro attualmente occupato da Visco.
Quello che appare poi ancora più assurdo del progetto è che con decreto legislativo è stato stabilito che dalla prossima legislatura i ministeri delle Finanze e del Tesoro saranno unificati, cosicché quest’ultimo, che già possiede una propria struttura informatica, la Consip... si troverà ad avere due diverse società di gestione!
Si tratta solo dell’ennesimo esercizio di quel vizietto assai caro alla burocrazia amministrativa italiana, di non far sapere al braccio destro quello che fa il braccio sinistro, …o c’è dell’altro? Ogni maligna ipotesi al riguardo dovrebbe essere vagliata molto bene prima che la possiamo respingere.
Il fisco non risponde al telefono, ma ci chiamerà sul telefonino
Nicola Sardi
(Settembre 2000) Quasi tutti sappiamo, e beato chi lo ignora, come sia difficile per il contribuente entrare in contatto con gli uffici fiscali e, anche una volta ottenuto il contatto (diretto o per telefono), riuscire poi a parlare con la persona giusta... Anche per questo e sopra tutto per dipanare le richieste di chiarimenti, ulteriormente alimentate da questi ultimi anni di "cartelle pazze", il fisco aveva pubblicizzato i suoi nuovi numeri telefonici verdi, cioè con costo a carico del destinatario stesso. Ma ancora quasi tutti sappiamo come questi numeri siano perennemente occupati, ovviamente quando di più servono, cioè nei momenti critici!
Ora però il fisco cambia strategia: sarà lui a prendere l’iniziativa e, gratuitamente, ti chiamerà direttamente sul tuo telefonino!
Da ottobre, su richiesta del contribuente, il fisco sperimenterà questo nuovo servizio gratuito: l’invio di messaggi Sms, che potranno essere resi disponibili con tutti gli operatori interessati alla telefonia cellulare. Il contribuente potrà ricevere sul suo telefonino le segnalazioni delle scadenze di interesse, potrà avere il calcolo del bollo della sua autovettura, nonché richiedere informazioni personalizzate, quale anche il calcolo delle sanzioni e interessi, qualora all’utente del servizio, nonostante i pro memoria a squillo ricevuti, abbia dimenticato il pagamento di una tassa.
Ma anche gli utenti dei nuovi telefonini Wap, quelli che consentono il collegamento Internet, saranno soddisfatti: verrà realizzato infatti un mini-sito delle Finanze, al quale si potrà accedere per ottenere ben maggiori e più complessi servizi, comprese le tanto sospirate informazioni sui rimborsi!
Si tratta dell’operazione definita "fisco amico"... che segue all’approvazione dello statuto dei diritti del contribuente: che sia veramente venuto il momento della "rivoluzione copernicana" dei rapporti fisco-contribuente? alcuni di noi non ci contano troppo.
Il cottimo del fisco per produrre un altro autunno di "cartelle pazze"
Nicola Sardi
(Settembre 2000) Forse è imminente il rischio che si presenti per il già vessato contribuente italiano una nuova stagione di "cartelle pazze". Difatti, entro il prossimo autunno, e precisamente non oltre il 15 novembre, il personale del fisco è obbligato a completare una maxi-operazione concordata dal ministro Del Turco con i tre sindacati Cgil, Cisl e Uil (ma non con il Dirstat, il sindacato autonomo dei funzionari e dirigenti delle Finanze): il controllo di tutte le denunce dei redditi arretrate, per gli anni d’imposta dal 1993 al 1997, pari a circa 6 milioni di esemplari.
La parola d’ordine è "fare in tempo a tutti i costi" e per riuscire nel termine fissato, utile ad evitare prescrizioni, è stato previsto per i dipendenti una sorta di "cottimo", oltre alla propria normale retribuzione: ogni dichiarazione lavorata verrà retribuita L. 3.500, che saliranno a L. 5.000 se l’impiegato supera il proprio obiettivo.
Ma i rappresentanti del sindacato autonomo si sono manifestati decisamente contrari all’iniziativa, sostenendo che "la fretta e la precisione non sono compatibili" e che sarebbe stato meglio, invece di ricorrere a premi di produzione, se il fisco avesse proceduto alle assunzioni necessarie per colmare i cospicui notevoli d’organico che impongono questo tour de force.
Il ministero replica che le cartelle verranno però precedute dagli avvisi "bonari". Ma sappiamo che ciò non rappresenta certo una garanzia per il contribuente, in quanto la natura bonaria di detti avvisi non è affatto evidente; inoltre, visti i recenti esperimenti non del tutto positivi (come già segnalato su questa rubrica), c’è da prevedere che con gli avvisi l’amministrazione contesterà il mancato pagamento delle imposte proprio per quegli anni a partire dai quali soppresse l’obbligo per il contribuente di allegare alle dichiarazioni gli attestati di pagamento…
Il rischio è che non meno del 15 per cento dei 6 milioni di dichiarazioni verificate risulteranno sbagliate, quando invece non lo sono – e che quindi quasi un milione di contribuenti si vedrà poi costretto ad assillare il personale degli uffici per vedersi riconosciuta "la svista" contenuta nel preavviso di cartella pazza! C’è da chiedersi se in questi casi il ministero effettuerà decurtazioni dallo stipendio del dipendente!
Il Sud si sta svegliando. Stupirà tutti
Paolo Brera
(Agosto 2000) Non è mai stato vero che il Sud dell'Italia mancasse di imprenditori. Ne ha sempre avuti una caterva. Solo che il primo passo nella loro carriera di imprenditori consisteva quasi sempre nel trasferirsi nel Nord. Non il valore degli individui, ma le condizioni socioambientali avverse impedivano, almeno il più delle volte, che l'aspirante imprenditore passasse dalla potenza all'atto senza prima abbandonare i dintorni di casa sua. Ed era un circolo vizioso: senza energie imprenditoriali che creassero occupazione nel settore privato, i posti di lavoro venivano chiesti allo Stato, e poiché questo badava più ai voti che all'efficienza, i metodi di lavoro rimanevano indietro e si creavano diseconomie esterne.
Be', questo circolo vizioso sta cominciando a sgretolarsi. Il primo sintomo di ciò è la crescita della formazione di nuove unità economiche, nella quale il Sud ormai da un paio d'anni sopravanza le altre suddivisioni. Nel secondo trimestre del 2000, al netto delle cessazioni di attività, le nuove aziende create nelo Meridione sono state 15.536 contro le 13.368 del Nord-Ovest, le 10.762 del Nord-Est e le 10.310 del Centro. Al di là dei dati numerici, molte notizie che vengono dal Sud sembrano raccontare la stessa storia: dagli exploit industriali dei fratelli Perna al nuovo distretto ad alta tecnologia che si sta formando a Catania, dalle avventure telematiche di un Grauso e di un Soru in Sardegna al boom delle esportazioni della Basilicata – dovuto sì principalmente al megaimpianto Fiat di Melfi, ma, a leggere bene le cifre, non unicamente ad esso.
Le inchieste sociologiche condotte nel Sud parlano di un riorientamento degli atteggiamenti tipici delle nuove generazioni: sono sempre più numerosi coloro che, insofferenti delle lunghe e spesso vane attese per posti di lavoro pubblici sempre più elusivi, decidono di prendere in mano le cose e di mettersi in proprio, aiutati magari da alcune delle norme passate negli ultimi anni per incentivare l'iniziativa privata. "I dati testimoniano che è possibile portare il Sud ad uno sviluppo superiore alla media nazionale tale da consentirgli di recuperare il ritardo", ha detto il presidente del Consiglio Giuliano Amato: "La ripresa potrà, a partire dall'anno prossimo, manifestarsi con più vigore al Sud, e questo è un segno incoraggiante che i risultati oggi sono a portata di mano".
Secondo uno studio di Prometeia, nel periodo 2000-2003 si avrà un incremento dell'occupazione nelle regioni meridionali dell'Italia valutabile intorno allo 0,7 per cento all'anno. Nel 2003 potrebbero quindi esserci 700.000 occupati in più, per i due terzi da ascriversi al settore terziario. Il tasso di disoccupazione dovrebbe passare, nello stesso arco di tempo, dall'11,1 al 10,7 per cento.
Un ricerca dell'Unioncamere (un organismo di parte imprenditoriale) sembra conferire credibilità a questa visione. Secondo Unioncamere, che ha sondato un campione di imprese, nei prossimi dodici mesi potrebbero essere creati in Italia 222.000 posti di lavoro, con un boom proprio nel Mezzogiorno. Le imprese interrogate prevedono un tasso di crescita dei loro occupati pari al 2,3 per cento, con un picco nel Mezzogiorno (3,9 per cento) e una percentuale più bassa nel Nord Ovest (1,4 per cento). L'apporto occupazionale più consistente dovrebbe arrivare dalle microaziende (meno di 10 dipendenti).
È ancora presto per predire con esattezza lo svolgimento di questo processo, che in Italia appare a molti difficile da credere in quanto in conflitto con un percepito "carattere del popolo meridionale". Si può solo notare che nel secolo scorso i tedeschi erano considerati romantici sognatori immersi in rapporti sociali ed economici premoderni, dunque costituzionalmente incapaci di occuparsi di industria, e che l'immagine della Silicon Valley – prima degli ultimi quattro decenni – era quella di una placida distesa di agrumeti senza tempo. Il Mezzogiorno si sta svegliando: in capo a una decina d'anni, potrebbe stupire tutti.
Quella benedetta signorina di Novara, che non si sposa proprio mai
Paolo Brera
(Agosto 2000) C'è in Italia una grande banca che da anni, simile a Braveheart, sta opponendo una rocciosa resistenza alle pressioni della Banca d'Italia perché si decida ad accasarsi con qualche altra azienda di credito. È la Popolare di Novara, un tempo una delle colonne del sistema creditizio italiano, oggi un'anziana signora dal fiato corto e dalle dimensioni troppo piccole (e qui va bene parlare figurato, ma l'analogia non tiene più: per le anziane signore vere e proprie non è bene ingrassare) per competere sul mercato paneuropeo.
La Banca Popolare di Novara è, dal punto di vista giuridico, una cooperativa. Ha decine di migliaia di soci ed è ben radicata nel territorio piemontese e lombardo dove opera da sempre. Un tempo in piazza degli Affari si diceva dell'azione della Bpn che era "un lingotto d'oro con le cedole": sicura, e per di più redditizia. Poi sono venuti anni di sbandamento e di orribili affari con Lucifero (be', non proprio, ma con Florio Fiorini sì, e l'effetto è stato analogo). Il top management è cambiato, il Consiglio di Amministrazione oggi è presieduto da Siro Lombardini, arrivato alla Novara che era già un professore di chiara fama. Ma la gestione, nonostante un certo risanamento e il taglio di alcuni rami secchi, non sembra aver fatto un salto di qualità. La banca séguita a mancare di inventiva e di aggressività. Una stretta unione con l'uno o l'altro dei partner che si sono proposti – e sono stati tanti, ultima la Banca Popolare Commercio e Industria - avrebbe insufflato un po' di vitalità in una struttura tutto sommato solida ma sonnolenta se non addormentata. Ma la bella nel bosco, a dispetto della forte azione persuasiva della Banca d'Italia, non si è mai fatta baciare dal principe risvegliatore.
A quanto pare, però, la bella conta di risvegliarsi da sola. In mancanza di un partner, ha detto Lombardini in luglio, la Bpn intende "elaborare una politica di impegno autonomo, con l' adozione di un piano industriale curato in collaborazione con Mediobanca. Nel piano verranno presi anche interventi straordinari, in grado di produrre risultati piu soddisfacenti, confortati anche dal buon andamento della ristrutturazione già avviata". Al di là di questo newspeak, qualcosa si starebbe dunque muovendo.
Con la Popolare Commercio e Industria la difficoltà era nei rapporti di concambio fra le rispettive azioni. La banca milanese quota con un forte premio sul patrimonio netto, mentre il prezzo di quella piemontese non si schioda dal valore dei mezzi propri. Qualunque livello del concambio avrebbe scontentato grosso uno dei due gruppi di azionisti. Ma è vero verissimo che lo stesso problema si presenterebbe con qualunque altra banca papabile, perché le banche gestite bene quotano sempre a premio, come ha detto il celebre agente di Borsa francese Monsieur La Palice. Questa situazione ha rafforzato, all'interno della Bpn, la tendenza a "fare da sé" per cercare poi il partner da posizioni meno deboli.
Diverse fonti vedono la Popolare di Novara in fase di miglioramento operativo. "Negli ultimi mesi la banca sta andando meglio", ha detto alla Reuters una fonte interna che non ha voluto sollevare il chador che la velava. Il trend positivo del primo trimestre – con un risultato lordo di gestione in crescita del 21,3 per cento – sembra essere continuato anche ad aprile e maggio.
In questi mesi c'è stata una sensibile ripresa del numero di conti correnti (circa 25.000 in cinque mesi) e delle attività, e anche un potenziamento nell'area dell'asset management, terreno privilegiato per un recupero di redditività.
Per rompere le trattative con Bpci in modo così plateale, del resto, il management novarese deve aver avuto la sensazione che la prossima relazione semestrale sarebbe stata piena di gioie. Arriverà, questa relazione, verso la fine di agosto. Allora sarà chiaro se la signorina che ricusa un corteggiatore dopo l'altro è solo una capricciosa oppure se la sua recuperata avvenenza le può davvero valere un partito molto migliore – con piena soddisfazione di mamma Bankitalia, dello zio Fazio, e dei soci e parenti tutti
La Spagna rincorre l'Italia. Con un certo successo
Paolo Brera
(Agosto 2000) Il governo di Madrid si aspetta che l'economia spagnola cresca del 3,6 per cento nel 2001, secondo le cifre fornite dal ministero dell'Economia, contro il 4 per cento previsto per quest'anno. Nel triennio precedente, del resto, il prodotto interno lordo era cresciuto allo stesso ritmo, cioè del 3,7-4,0 per cento annuo. Solo l'Irlanda, nell'Unione Europea, ha fatto meglio di così. Ma si tratta di un Paese piccolo, che si avvantaggia in pieno della propria piccolezza. La Spagna non è piccola: ci sono due spagnoli ogni tre francesi o italiani, e occupano una superficie maggiore di quella della Francia. E l'economia del Paese gli ha già guadagnato una considerazione molto maggiore nell'Unione Europea. Al punto che sul Corriere della Sera Danilo Taino ha parlato addirittura di un "sorpasso" della Spagna sull'Italia.
Un'esagerazione. Almeno per ora, visto che la distanza resta considerevole. Certo è però che il modello spagnolo funziona, e la rincorsa sull'Italia è tutt'altro che una boutade. L'economia cresce, l'occupazione anche, e le imprese spagnole danno sempre maggiori segni di dinamismo e modernità: dalle banche, molte delle quali sono ormai player europei, alle imprese di telecomunicazioni come Telefónica.
Il problema principale resta quello della disoccupazione, che in giugno colpiva il 14,1 per cento della popolazione attiva (la media di Eurolandia è del 9,1 per cento). Ma bisogna considerare che nel 1996 il tasso era salito oltre il 22 per cento, e che in quattro anni sono stati creati 1.900.000 posti di lavoro. Merito della liberalizzazione introdotta da José María Aznar, e della valanga di investimenti esteri che si sono indirizzati in Spagna per approfittare dei salari moderati, dell'alto grado di competenza della manodopera, e di un vantaggio poco meno rilevante di quello irlandese: la lingua. Gli irlandesi beati loro si esprimono in inglese, cioè nella koiné degli ultimi due secoli, ma gli spagnoli dal canto loro parlano la lingua che tutti sanno che si parla in Spagna (ehm ehm, lo dice la parola stessa). Quello su cui non sempre si riflette è che anche questa lingua dà accesso a una grande quantità di mercati del mondo. Il successo delle imprese spagnole su Internet è in parte dovuto a questo vantaggio, reso tale dal non trascurabile fatterello che a sud del Rio Grande quasi tutti quelli che non parlano portoghese parlano – più o meno – il castigliano.
La Spagna di vantaggio ne ha avuto anche un altro: un settore pubblico abbastanza efficiente, e conti pubblici che non erano troppo squilibrati nel 1995, quando è cominciata la corsa di Maastricht. A differenza di quella italiana, l'economia spagnola non ha dovuto sfiancarsi per soddisfare i famosi criteri. Per questo in agosto il Consiglio dei ministri ha potuto studiare un budget 2001 che, secondo i progetti, realizzerà un deficit zero ma nello stesso tempo spingerà i comparti chiave della spesa sociale, degli investimenti pubblici e della ricerca al di là del limite segnato dall'incremento previsto del Pil nominale, che sarà del 5,9 per cento.
Restano due grossi problemi: l'inflazione e la bilancia dei pagamenti. L'incremento dei prezzi al consumatore è stato negli ultimi dodici mesi del 3,4 per cento, contro una media degli Undici di Eurolandia che si è fermata al 2,4. Fra il 1996 e il 1999 la performance spagnola è stata identica a quella italiana: in entrambi i Paesi i prezzi sono saliti del 10,0 per cento, ma in Eurolandia solo del 3,8. Alla lunga, è la competitività delle imprese a soffrirne.
Nel caso spagnolo, ciò sembra confermato dal secondo problema, la bilancia dei pagamenti correnti. Quella spagnola è da oltre un decennio in rosso, e negli ultimi dodici mesi per cui sono disponibili i dati il deficit è stato di 15 miliardi di euro. La Spagna insomma vive al di sopra dei suoi mezzi. Ma non ne risente, perché fuori dai suoi confini non mancano i finanziatori. Il conto capitale infatti è rutilante: l'estero investe volentieri in Spagna perché l'economia ispira fiducia. Insieme agli investimenti entra anche la tecnologia avanzata, che fa salire la produttività e così rende meno pesanti gli squilibri. Un circolo virtuoso che – per carità! – si potrebbe sempre spezzare… ma finché dura, arreca al Paese crescita e prosperità. Prenderne nota, a Roma e dintorni.
Quattro giorni che non sconvolsero il mondo
Nicola Sardi
(Luglio 2000) Lo so che scrivendo di questo argomento rischio che il pezzo non venga pubblicato. Lo so, e non potrei biasimarlo, il mio editore: avrebbe certamente ragione a censurarlo, in quanto tratta di questioni molto settoriali, con l’aggravante che affronta dei problemi del suo stesso autore. Ma ho deciso di correre ugualmente il rischio, perché sono felice! Sono stato promosso all’invio telematico delle dichiarazioni fiscali!
È arrivato in Gazzetta Ufficiale, udite, udite, del 26 luglio 2000, il decreto del ministero delle Finanze che ha disposto l’estensione agli avvocati e ai revisori contabili dell’abilitazione all’invio telematico delle dichiarazioni dei redditi e delle altre denunce fiscali! Significa che anche questi professionisti ora potranno ottenere l'agognata abilitazione tramite la consegna di un codice segreto per collegarsi con la rete telematica del ministero e non saranno più costretti a presentare le dichiarazioni dei loro clienti unicamente su modello cartaceo, da consegnare a un ufficio postale o ad una banca, ma dovranno inviarle con la posta elettronica via Internet.
Per di più questo avviene dopo appena un anno e mezzo di lotta, che aveva sempre visto soccombere il ministero delle Finanze, condannato dall’Autorità garante dell’Antitrust e dalla giustizia amministrativa, sia di primo che di secondo grado, per avere con l’ex ministro Visco escluso illegittimamente dai soggetti abilitabili all’invio telematico gli avvocati e i revisori contabili - così subordinandoli ai dottori commercialisti, ai ragionieri professionisti e ai consulenti del lavoro e, addirittura, ai periti tributari iscritti solo ai ruoli camerali.
Ed ecco che il neo ministro Ottaviano Del Turco firma il decreto che rende abili alla presentazione delle dichiarazioni via Internet anche questi professionisti.
La promozione era nell’aria fin da quando il nuovo ministro, appena insediato, aveva commesso la clamorosa gaffe di dichiarare che si faceva fare la dichiarazione dei redditi dall’On.le Giulio Tremonti, noto avvocato tributarista, professore universitario ma, soprattutto, ex ministro delle Finanze nominato dall’attuale opposizione! In questo modo Del Turco, pur certamente in buona fede, ha però di fatto disarmato l’ostinata resistenza dell’Onorevole Visco agli attacchi di tali professionisti, che chiedevano l’allargamento della competenza.
Poi, c’è stata l’operazione di marketing dell’invio per tutti della propria dichiarazione dei redditi tramite il sito Internet del ministero, che ha dato il colpo definitivo all’apertura… Al ministero si saranno detti che se chiunque è in grado di farsi la dichiarazione da solo e d’inviarla via Internet grazie al software predisposto dal ministero, forse anche gli avvocati e i revisori contabili possono superare l’esame della presentazione telematica…
E allora diamogliela questa promozione, tanto porta la data di ben quattro giorni feriali prima della scadenza delle dichiarazioni con Mod. Unico 2000…
D'altronde, il ministro Del Turco, con una simile tempestività, di fatto non disconosce l'operato del proprio predecessore, il quale aveva operato un'illegittima esclusione (dal ministero riconosciuta come "svista") solo in quanto, senz'ombra di dubbio, nutriva scarsa considerazione per la categoria degli avvocati… compresi i due ministri che l'avevano preceduto, Augusto Fantozzi e Giulio Tremonti…
Grazie signor ministro per questa vittoria di Pirro! Ma ho deciso che di questo suo attestato (di stima?) farò tranquillamente a meno, per tutti i quattro giorni che mancano alla scadenza fiscale ! (Ah, quasi dimenticavo: di professione, ovviamente, faccio l’avvocato tributarista e il revisore contabile.)
Rinasce Montedison, da una costola di Compart
Paolo Brera
(Luglio 2000) - L'assemblea degli azionisti di Compart ha approvato a Milano il progetto di fusione per incorporazione della Montedison, e ha dato il via libera alla modifica della propria ragione sociale in Montedison SpA (società anonima). Si chiude così l'iter burocratico di questo attesissimo "merger" e si apre quello industriale, mentre vengono resi noti dati semestrali in miglioramento per la Compart.
I ricavi netti registrati dalla società nel primo semestre dell'anno ammontano infatti a circa 6,61 miliardi di euro, in aumento del 9,1 per cento rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Il margine operativo lordo si è attestato a circa 0,763 milioni di euro (11,5 per cento dei ricavi netti), con un aumento del 6,3 per cento rispetto ai 718 milioni di euro del primo semestre 1999 (11,8 per cento dei ricavi). Le cifre sono state rese note dal presidente Luigi Lucchini nel corso dell'assemblea di ieri. Al 30 giugno l'indebitamento finanziario della capogruppo Compart era di circa 3,52 miliardi di euro (765 milioni alla fine del millennio scorso). L'indebitamento totale del gruppo ammonta invece a circa 6 miliardi di euro (3,2 miliardi al 31 dicembre 1999). La crescita dell'indebitamento è dovuta principalmente ai costi sostenuti per l'opa su Montedison, ma un terzo almeno dovrebbe essere compensato dalla liquidità che la società assorbita aveva in cassa.
L'assemblea ha anche approvato il cambiamento della denominazione sociale: Compart prenderà dunque il nome della società incorporanda, e rinascerà cosi una "nuova" Montedison come holding di un gruppo piuttosto nutrito di imprese. Questo "a far data dall'efficacia della fusione", la cui omologa da parte del tribunale è prevista entro il termine dell'esercizio. Poiché Montedison non è interamente posseduta da Compart, quest'ultima ha deliberato un aumento del capitale di 248,4 milioni di euro (al massimo) da riservare agli azionisti Montedison sulla base dei rapporti di cambio già noti. Per i soci Montedison che non volessero aderire alla fusione è previsto il diritto di recesso (a norma della legge italiana) e il prezzo è stato fissato, per le azioni ordinarie, in 1,8028 euro. I prezzi per le altre categorie di azioni, che sono prive di alcuni diritti delle ordinarie ma ricevono dividendi più alti, sono di 1,8159 euro per le "risparmio convertibili" e 1,0832 euro per le "risparmio non convertibili".
A fine operazione, nell'ipotesi di conversione totale delle azioni Montedison e quindi in assenza di qualunque recesso, la compagine azionaria della Compart/Montedison dovrebbe essere la seguente: Mediobanca avrà il 13,447 per cento delle azioni con diritto di voto, Banca di Roma il 7,992 per cento, San Paolo-Imi il 6,625 per cento, Banca Intesa il 4,340 per cento, Italmobiliare il 2,969 per cento e Generali il 4,347 per cento.
Totale, 39,72 per cento per il Mediobanca Exclusive Club, e di conseguenza il 60,28 per cento al Resto del Mondo.
Non inganniamoci, è la prima percentuale quella che conta, e, paradossalmente, conta proprio perché è fatta di azioni che non si contano ma si pesano, per usare (del tutto a proposito) le parole dello scomparso Enrico Cuccia. La fusione avviene nel momento in cui l'economia, e anche la Montedison, esce da una fase di stanca: gli azionisti del club hanno sicuramente fatto un buon affare, perché saranno loro e non quelli che hanno venduto a beneficiare della prossima ripresa.
Con la fusione si conclude, di fatto, il periodo della sistemazione dell'eredità del periodo Ferruzzi-Gardini. Le banche che avevano accettato di convertire i loro crediti in quote azionarie, se non se ne sono già andate, possono a questo punto liquidare l'investimento, e non sarà neanche stato un cattivo investimento, come quasi sempre quando c'è di mezzo Mediobanca. Unico problema, per anni non è stato un investimento particolarmente liquido. Ma poteva andar peggio. Unico problema che resta aperto, quello di Fondiaria, la compagnia di assicurazioni fiorentina che fa capo a Compart e che ha di recente acquistato una quota di Swiss Life. Ne sentiremo ancora parlare in autunno.
Una Russia stabile, nell'interesse di tutti
Paolo Brera
(Luglio 2000) - È ormai un paio d'anni che il mondo assiste meravigliato alla ripresa economica della Russia. Dopo il tracollo provocato dall'estendersi della crisi asiatica, il più esteso Paese del nostro pianeta ha recuperato terreno nella produzione e negli scambi con l'estero (la bilancia dei pagamenti ha fatto segnare nel 1999 un avanzo di 25,6 miliardi di dollari), mentre il rublo si è stabilizzato sia all'interno che verso l'estero.
Il nuovo presidente Vladimir Putin ha avuto il coraggio di prendersela con il gruppo degli oligarchi, i grandi capitalisti finanziari che dominano la Russia dopo aver messo le mani su giganteschi gruppi economici che in precedenza erano proprietà dello Stato. Simbolo del mutare del clima politico è stato l'arresto di Vladimir Gusinskij, uno dei re dei media. Un altro importante segno dei tempi è la lotta intrapresa dal presidente per limitare i poteri dei governatori regionali, veri e propri satrapi. Secondo quanto hanno pubblicato di recente le Izvestija, Putin intenderebbe procedere a una riforma costituzionale e porre un Consiglio di Stato al posto dell'attuale Camera alta, chiamata "Camera della Federazione" e formata dai capi delle regioni.
"Gli ostacoli principali che bloccano lo sviluppo dell'economia sono le tasse troppo alte, la prepotenza dei burocrati e l'espansione della criminalità", ha dichiarato Putin di fronte alle due Camere riunite in seduta congiunta. Rispetto alla gestione Eltsin, molte cose sono cambiate in meglio. Il governo è riuscito a far pagare diverse tasse che erano dovute ma mai saldate, e ha contribuito a normalizzare l'economia con una gestione meno spensierata del bilancio pubblico (l'avanzo primario, cioè prima del pagamento degli interessi, è oggi al 4,8 per cento del prodotto interno lordo: solo in Italia è di più). La ripresa dei prezzi petroliferi ha fatto il resto, dando un potente impulso al valore delle esportazioni: nel primo trimestre 2000, l'export di fonti di energia è stato di 23 miliardi di dollari, contro 16 l'anno scorso.
Al punto che l'economia russa deve oggi affrontare un problema davvero inedito: l'eccessivo apprezzamento del rublo rispetto al dollaro. L'avanzo della bilancia dei pagamenti, infatti, viene obbligatoriamente convertito in rubli, e questo fa salire il valore della moneta russa. Al tempo stesso, la massa monetaria rovesciata sul mercato interno senza contropartita sta cominciando a rilanciare la corsa dei prezzi interni. L'azione degli esportatori russi, tuttora costretti in pratica a limitarsi alla vendita di fonti di energia, vodka e armi, non ne vengono certo facilitate. La loro competitività infatti risente sia dell'apprezzamento del rublo che dell'aumento dei costi provocato dall'inflazione.
Il sistema produttivo del Paese rimane del resto fragile. Una vera riforma strutturale ancora non c'è stata, anche se da Putin vengono segnali incoraggianti, e come ha notato l'Economist, la maggior parte delle imprese russe, ancora gestita in modo inefficiente da manager disonesti, usa attrezzature logore per produrre beni di scarsa qualità.
Che la Russia abbia un'economia di mercato e sia inserita in modo stabile e dignitoso nel commercio globale è nell'interesse di tutto il mondo. L'alternativa è avere a che fare con un Paese alle corde sul piano economico ma temibile su quello militare, instabile all'interno e capace di mettere armi micidiali nelle mani di regimi aggressivi e di riempire i Caraibi e le Seychelles dei suoi criminali. Vladimir Putin potrebbe essere l'uomo in grado di darci la prima di queste due Russie possibili, respingendo la seconda nel limbo di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Auguriamoci che ci riesca.
Internet e diritto: le prime decisioni della giurisprudenza italiana sui nomi di dominio
Nicola Sardi
(Luglio 2000) - La giurisprudenza italiana ha iniziato ad occuparsi delle problematiche giuridiche che il sempre più abituale uso di Internet ha cominciato a portare alla luce. Le prime due decisioni, entrambe del mese di giugno, provenienti da due fori settentrionali, si sono espresse in merito alla registrazione del nome del sito, comunemente detto dominio, manifestando un primo indirizzo che non appare contraddittorio.
Il primo provvedimento, pronunciato dal tribunale di Bologna, è di rigetto di una richiesta di pignoramento di un dominio, fondato sul presupposto che esso non possa costituire un bene giuridico, in quanto non equiparabile alle immobilizzazioni immateriali quali i diritti di proprietà industriale e intellettuale anche registrabili, che invece sono considerati pignorabili o sequestrabili da parte di un creditore istante.
La seconda decisione proviene dal tribunale di Firenze, il quale, con una certa coerenza con quanto deciso dal foro felsineo in sede esecutiva, ha annullato un precedente decreto provvisorio cautelare, ritenendo non applicabile la tutela prevista dalla legge sui marchi a quella, non ancora normatizzata, relativa alla registrazione di un dominio Web.
In pratica, su Internet chi prima arriva, meglio alloggia o, più tecnicamente come insegnano i giuristi di nostra tradizione: prior in tempore, potior in jure. Il giudice fiorentino, ragionando probabilmente sullo stesso presupposto che la registrazione di un nome di un sito non possa costituire un diritto immateriale, bensì un mero indirizzo o un semplice numero telefonico, non ha ritenuto che il proprietario di un nome, anche se registrato quale marchio, possa estendere la propria tutela nei confronti di chi, in precedenza, ne ha registrato il dominio, il quale ne diventa così detentore esclusivo su Internet.
Questo indirizzo interpretativo avalla però la prassi del mercato dei dominii, come attuata fino ad oggi, a seguito della quale moltissimi nomi noti si sono trovati già registrati ad opera di terzi presso la Registration Authority italiana, su richiesta di soggetti aventi lo scopo di trarne successivamente profitto… È da sperare, quindi, che presto si tramuti in legge qualcuno di quei disegni che attualmente sono pendenti all'esame del parlamento, per finalmente regolare un settore tanto diffuso e, pertanto, giuridicamente delicato.
La Fondiaria fa shopping oltre Chiasso
Paolo Brera
(Luglio 2000) - Che cosa cerca la Fondiaria in Svizzera? La Borsa di Milano ieri se lo è domandato, ma quale che sia la risposta che possono aver dato i singoli operatori, il senso generale si può riassumere in un giudizio, uno solo, molto tranciante: meglio vendere. E infatti. IL giorno dopo l'annuncio l'azione Fondiaria ha toccato un massimo a quota 5,49 euro, poi ha ripiegato: e a vendere sono stati proprio i professionisti, mentre il cosiddetto parco buoi, a quanto sembra, ha comprato.
Gli analisti sono rimasti disorientati dall'imprevisto attivismo della compagnia di assicurazione, il cui destino, nel dopo-Cuccia della Galassia Mediobanca di cui fa parte, sarebbe dovuto essere il distacco da Compart e l'approdo in qualche gruppo gra