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BRERA VIEWS - COMMENTI E OPINIONI
CHE SI POSSONO LEGGERE SOLO QUI




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Questo Stato così clemente…

di Nicola Sardi

(Dicembre 1999) Va bene che siamo nell'anno del Giubileo che perdonerà ogni peccato commesso, ma, francamente, nessuno si aspettava tanta indulgenza da parte dello Stato italiano!

Infatti, col recente schema di decreto legislativo che il Governo dovrebbe approvare a giorni e far entrare in vigore, lo Stato perdonerà una moltitudine di reati, considerati minori, anche se già resi definitivi con sentenza irrevocabile… Si accontenterà di sostituire tali sentenze penali irrevocabili con delle sanzioni amministrative, che poi metterà all'incasso!

Avevamo recentemente segnalato ("Sulle tracce di un condono" in rubrica Views) come questo atto di clemenza fosse alle porte, quale esercizio del potere di delega ottenuto dal governo grazie alla legge quadro emessa dal parlamento all'inizio della scorsa estate: la depenalizzazione dei reati fiscali e dei cosiddetti reati minori. Ora che abbiamo potuto leggere sui giornali il testo predisposto dall'apposita commissione, in corso di definizione per la sua imminente entrata in vigore, ci siamo sorprendentemente resi conto di quanto magnanimo voglia essere questo nostro Stato nei confronti anche dei pregiudicati!

È quanto emerge dalle disposizioni transitorie e finali del testo del decreto legislativo, ove all'articolo 100 si sancisce l'applicabilità delle nuove sanzioni amministrative anche alle violazioni anteriormente commesse e, in particolare modo, con lo straordinario articolo 101, che al primo comma prevede che "se i procedimenti penali per le violazioni depenalizzate dal presente decreto legislativo sono stati definiti, prima della sua entrata in vigore, con sentenza di condanna o decreto irrevocabili, il giudice dell'esecuzione revoca la sentenza o il decreto… dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato e adotta i provvedimenti conseguenti".

Ciò significa, ad esempio, stante la prevista depenalizzazione del reato d'emissione di assegno senza provvista (a vuoto), che con l'art. 29 diventa un illecito amministrativo punito solo con la sanzione pecuniaria da lire 1 milione a lire 6 milioni o da lire 2 milioni a lire 12 milioni, se l'importo dell'assegno protestato è superiore a lire 20 milioni o nel caso di reiterazione, che tutti i soggetti che hanno subìto in precedenza una condanna definitiva per tale reato, riceveranno dal giudice dell'esecuzione una letterina di remissione della pena, con richiesta di pagamento (per assegno?) della nuova sanzione pecuniaria prevista.

Sembra proprio che lo Stato italiano abbia scelto, cioè, per il vile denaro, di rinunciare alla propria pretesa punitiva…


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Quando una tassa affossa la giustizia

di Nicola Sardi

(Dicembre 1999) In Italia il diritto alla difesa in giudizio è costituzionalmente garantito, e precisamente dall'articolo 24 della nostra Legge fondamentale. Da tale principio costituzionale è nata la scuola giuridica dei cosiddetti garantisti, della quale il signor ministro Visco non fa parte, in quanto ha manifestato di avere per essa assai scarsa simpatia e poco rispetto...

Abbiamo appreso come anche in seno alla maggioranza e allo stesso governo di cui Visco fa parte, siano emerse perplessità (vedi ad esempio Fantozzi) per il nuovo intervento voluto dal ministro delle Finanze con il collegato alla finanziaria del 2000: la tassa sulla giustizia civile. Oltre che alla naturale opposizione della minoranza, anche tutti i consigli degli Ordini forensi si erano inoltre mobilitati contro il nuovo progetto ideato da Visco, in quanto gli avvocati, su questo fronte, in passato avevano avanzato istanze contro gli aumenti indiscriminati dei costi della giustizia dei processi civili. Avevano lamentato, per esempio, gli aumenti astronomici del foglio di carta bollata, passato in meno di quindici anni dalle 700 alle 20.000 lire, dei relativi diritti di iscrizione a ruolo e di cancelleria, e dell'onerosa imposta fissa di registro (oltre a quella proporzionale) di 500.000 lire per i decreti ingiuntivi superiori a 2 milioni, anche per crediti già assoggettati ad Iva.

Ecco l'originale colpo di bacchetta magica del signor ministro nella proposta di collegato: "Soppressione dell'imposta di bollo, della tassa di iscrizione a ruolo e dei diritti di cancelleria per gli atti ed i provvedimenti relativi ai procedimenti civili, penali ed amministrativi, sostituite da un contributo unificato di iscrizione a ruolo".

Il consiglio dell'Ordine degli avvocati di Milano, nell'indire un'urgente Assemblea dei suoi iscritti, sull'intestazione della nuova proposta di legge, ha sostenuto che si tratta di "poche parole, in apparenza innocue, con le quali il Ministro delle Finanze tenta di scippare la Giustizia dalle mani dei cittadini, di quelli meno abbienti, impedendo loro di adire la Giustizia a tutela dei propri diritti e dei propri interessi, considerato l'enorme aumento previsto per il suddetto contributo unificato. Tutto questo avviene in spregio a quanto sancito dalla Carta costituzionale, che stabilisce la garanzia del diritto alla Giustizia per tutti i cittadini e in disaccordo con quanto avviene negli altri Paesi della Comunità Europea".

Nel comunicato si precisava che con un simile provvedimento, sebbene nel bilancio dello Stato le entrate provenienti dall'amministrazione della giustizia costituiscano già, per entità, la terza voce (anche se per essa si destina poi come uscita una somma irrisoria...) e nonostante le generali e lecite aspettative, il ministro delle Finanze si opponga così alla completa defiscalizzazione del processo, da anni sostenuta dagli avvocati. In sostanza, cioè, questa proposta di legge, se passasse, pur garantendo ulteriori entrate al relativo capitolo di bilancio, renderebbe la Giustizia, già paralizzata dai tempi notoriamente lenti, mediamente più cara e quindi ancor più insopportabile per i cittadini che appartengono ai ceti sociali medi e medio-bassi: si attuerebbe, cioè, una vera Giustizia da ricchi!

A causa quindi dei pesanti attacchi sia interni che esterni, il signor ministro ha ora accettato di ritoccare il suo progetto originario, attenuando gli oneri. Cambia l'intestazione della norma (art. 9), che diventa "Contributo unificato per le spese degli atti giudiziari" e cambia, soprattutto, la tabella che dovrebbe entrare in vigore dal 1° luglio 2000. Vediamola. Spariscono le imposte di bollo, i diritti di cancelleria e le tasse d'iscrizione a ruolo. Nei procedimenti giurisdizionali civili, amministrativi e in materia tavolare, comprese le procedure concorsuali e di volontaria giurisdizione, per ciascun grado di giudizio, si pagheranno, da parte di chi per primo si costituisce in giudizio, o deposita ricorso o fa istanza, a pena d'irricevibilità dell'atto, i seguenti importi:

L'esenzione fino a 2 milioni già esisteva. Positiva è invece l'introduzione dell'esenzione da imposta di registro dei verbali di conciliazione fino a 100 milioni. Obiettivamente, si è diminuito l'onere sui procedimenti di minor valore, compensando il carico maggiore, rispetto alla prima formulazione, sulle cause di valore oltre i 50 milioni.

È certo, comunque, che mediamente vi saranno maggiori entrate grazie a questo nuovo contributo rispetto al passato: ad esempio, uno svantaggio già evidente è dato ogni qualvolta la causa non consegua il suo normale iter, non giungendo, cioè, alla decisione, ma si fermi all'inizio per abbandono o sistemazione stragiudiziale. In questi casi, tutt'altro che infrequenti, la parte che avrà pagato il contributo per l'intero grado di giudizio non avrà infatti diritto ad alcun rimborso!

Il signor ministro Visco, anziché non far pagare più i processi, introduce così questa nuova tassa, denominata contributo unificato, che affosserà, di fatto, definitivamente la Giustizia italiana, alla faccia della Costituzione e, quindi, del garantismo e del giusto processo!


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L'Italia uscirà dall'Unione Europea a causa della sua giustizia tartaruga?
Mancano solo sei mesi per saperlo!

di Nicola Sardi

(Dicembre 1999) Ecco il dato che aspettavamo di conoscere con ansia: 3652! Anche se il procuratore generale presso la suprema corte di Cassazione, nel suo discorso d'inaugurazione del nuovo anno giudiziario, ha preferito non comunicarlo (come dargli torto…!): questo infatti è il numero dei procedimenti contro l'Italia radicati nel 1999 avanti alla corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo (nel 1998 erano 2978), la maggior parte dei quali, come emerge dalla relazione, riguarda le lamentele contro le lungaggini della giustizia nel nostro paese. Anche tutti gli altri procuratori generali presso le corti d'appello hanno ribadito come la nostra giustizia tartaruga non sia più sopportabile, in quanto una giustizia lenta non è mai, comunque, vera giustizia.

Ma quello che temevamo (vedasi su questa stessa rivista la rubrica Views: "La giustizia tartaruga oggi anche a Strasburgo") si sta concretizzando… Infatti il procuratore generale presso la Cassazione ha riconosciuto che la corte europea di Strasburgo, troppo ingolfata dal caso Italia, ha deciso di mettere il governo in mora, concedendogli tempo solo fino a giugno prossimo per porre rimedio ai nostri ritardi cronici, pena l'espulsione di fatto dall'Unione Europea!

Dalla relazione del procuratore generale è invece emerso l'elevato numero di condanne riportato dallo stato italiano: ben 401, costate complessivamente oltre 12 miliardi di lire di risarcimenti. Il procuratore La Torre ha definito la situazione una sconfitta avvilente, paragonabile a quella militare di Caporetto! Ed ha ammonito le autorità presenti, tra cui Ciampi, del rischio che incombe sulla nazione: se a seguito della diffida ricevuta l'Italia non porrà rimedio riuscendo a far svolgere i suoi processi interni in una durata ragionevole, verrà punita con la più grave delle sanzioni: la perdita del diritto di voto, "in pratica emarginata dal consesso europeo"!

Ma che cosa ha fatto il governo, tramite il signor ministro Diliberto, in quest'ultimo anno per cercare di migliorare la situazione, che, invece, dati alla mano, è peggiorata?

Ha attuato l'introduzione del Giudice Unico di primo grado, avendo constatato che il Giudice di Pace introdotto nel '96, ha dato, per la piccola giustizia civile, un risultato efficace, in quanto produce sentenze in circa 10 mesi, ragione per la quale si è deciso di attribuire ad esso anche competenza in materia penale. Qual è stato il ragionamento ispiratore di questo primo intervento? Che se un collegio di tribunale composto di tre giudici in primo grado sforna tot sentenze in un anno, se i soggetti che le producono vengono divisi, triplicheranno così le decisioni… Ed ecco quindi l'abolizione delle preture, con la conseguente assegnazione dei pretori, già giudici unici, all'ufficio del tribunale. Ma se è vero che si sono triplicati in questo modo i giudici che singolarmente decideranno, si troveranno però contemporaneamente tre aule, tre cancellieri, tre ausiliari disponibili per consentire lo svolgimento triplicato della loro attività processuale? I numeri infatti del personale giudiziario sono rimasti pressochè invariati, causando pertanto malumori per il maggior carico di lavoro. Inoltre, la riforma ha imposto di disegnare una nuova geografia della competenza territoriale dei vecchi tribunali, attizzando non poche lamentele da parte dell'avvocatura, per gli immancabili disagi a causa degli spostamenti che essa comporta, anche a seguito dell'abolizione delle zone prima coperte dalle preture.

L'altro intervento, di natura garantistica e costituzionale, è stato il Giusto Processo. Il nuovo art. 111 della nostra Carta fondamentale ora infatti inizialmente recita: "La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata…" Questa riforma nell'ambito penale è già certo, anche perché è stata sostenuta dall'attuale minoranza, che porterà nuovi ritardi nella produzione di giustizia, salvo l'eliminazione dell'arretrato a causa d'intervenuta prescrizione dei reati… Nell'ambito civile, si rischia un'ulteriore paralisi, in quanto la riforma renderebbe di fatto incostituzionali tutti quegli speciali procedimenti che si potevano svolgere, almeno per la prima parte, inaudita altera parte, cioè in via sommaria senza contraddittorio: si tratta dei ricorsi per decreto d'ingiunzione di pagamento, per istruzione preventiva, per provvedimenti d'urgenza, per sequestro immediato, di quelle ipotesi in cui, a causa della manifesta prova sottoposta al giudice in prima battuta da parte del richiedente, sembrava eccessivo, oltre che dannoso, sentire anche la versione della controparte… che comunque aveva legalmente la chance dell'opposizione per instaurare un procedimento con ordinario contraddittorio. Cosa succederà ora? Dovranno essere instaurate solo nuove cause avanti al giudice unico per far pagare i debitori insolventi, per sequestrare presso di loro la merce non pagata ma ancora invenduta, per impedire all'inquilino, già manifestatamente moroso, di danneggiare la proprietà locata, eccetera, eccetera…?

Ahimè! Temiamo fortemente che, nonostante tutti i precedenti stoici sforzi compiuti per entrarci, per una trascurabile magagnetta chiamata giustizia, finiremo fuori dall'Europa…


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Popolare di Lodi, un coraggio da leone (e un modello federale)

di Paolo Brera

(Dicembre 1999)L'ultimo atto (per ora) è il lancio di un'offerta pubblica di acquisto su due piccoli istituti di credito, la Banca popolare di Ferrara e Rovigo e sulla Popolare di Forlì. In entrambi i casi l'acquirente mira a una comoda maggioranza, 65 per cento nel primo caso, 60 nel secondo. E in entrambi i casi l'acquirente è la Banca Popolare di Lodi, una banca la cui sede centrale è in uno dei capoluoghi di provincia più piccoli del Paese e che adesso mette un piede nel mitico Nordest. Le due offerte contemporanee potrebbero stupire. La Lodi è una banca popolare, cioè una cooperativa. Dunque dovrebbe essere piccola, ben radicata nel territorio, e piuttosto conservatrice nei metodi del business, giusto?

No, sbagliato, sbagliatissimo. Ben radicata sul territorio lo è, la Banca Popolare di Lodi – ma tutto il resto non si applica proprio. Non è piccola, per cominciare. Non lo è più. Il suo gruppo bancario, dopo le ultime acquisizioni (l'Iccri, Efibanca…), è ormai al nono posto in Italia. E non è nemmeno conservatrice. Anzi, la sua aggressività nel proporre il proprio modello di business le sta valendo l'attenzione dei media di tutto il Paese.

In sintesi, la Popolare di Lodi vuole proporsi come il centro di una rete federale di banche ed enti finanziari. Il modello assomiglia a quello di Banca Intesa, ma a differenza di quanto va facendo Bazoli la banca presieduta da Giovanni Benevento e guidata dall'amministratore delegato Gianpiero Fiorani si rivolge alle realtà piccole e medie, non ai behemoth del credito.

In nome di questa strategia la Lodi ha comprato molte banche e società finanziarie, e ha stipulato accordi strategici con un numero ancora maggiore. Con l'Iccri, l'Adamas, l'Efibanca, le Casse del Tirreno, l'accordo strategico con le Popolari di Puglia e Basilicata e l'esclusiva sulla Popolare di Crema, il lodigiani hanno racimolato 32,5 miliardi di euro di attivo e 510 filiali. L'obiettivo dichiarato è un milione di clienti, ciascuno con il suo bravo conto corrente pienamente operativo. Il livello attuale è 650.000.

Non è stata un'ascesa a buon mercato. La Popolare di Lodi sta sborsando cifre incredibili per comprare quelle che chiama le "società prodotto", come la Bpl Asset Management, l'Eurovita e l'Efibanca (l'ultima acquisizione della girandola lodigiana). E qualcuno, neppure poi sia particolarmente maligno, si domanda dove piglierà i soldi necessari. A quanto pare, infatti, il free capital della Popolare di Lodi sarebbe addirittura sotto lo zero.

"L'aumento di capitale che partirà nei primi mesi del 2000 sarà più che sufficiente a coprire le esigenze finanziarie delle recenti acquisizioni", spiega Gianpiero Fiorani, il giovane e dinamico amministratore delegato. L'operazione dovrà portare nelle casse della banca 770 milioni di euro e sarà rivolta sopra tutto agli investitori istituzionali, sebbene una tranche sia riservata ai risparmiatori privati.

In una lunga intervista a Milano Finanza Fiorani ha anche respinto le critiche all'efficienza della Popolare di Lodi, il cui Roe (rendimento del capitale di rischio) è appena il 4 per cento. Secondo Fiorani l'indice è distorto dal semplice fatto che le acquisizioni degli ultimi anni hanno dato luogo a ristrutturazioni che solo adesso cominciano a portare frutti. Ma il modello di gestione lodigiano è tutt'altro che inefficiente, ha detto Fiorani, prevedendo per il 2000 un roe del 9,3 per cento e per il 2002 addirittura del 16 per cento. Il tutto in un contesto "federale" che vuol essere attraente per tutta la galassia di piccole entità locali che ancora costituisce buona parte del sistema bancario italiano. Una scommessa decisamente insolita nel panorama del nostro Paese.


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Un 1999 di spleen per l'economia italiana…

di Paolo Brera

(Dicembre 1999) Per l'economia italiana, il 1999 sarà ricordato come una specie di lunghissimo momento della verità, iniziato nell'euforia e finito, almeno in Borsa, con l'euforia. In mezzo, però, c'è stato più che altro dello spleen. Entrato nel nuovo anno con l'entusiasmo generato dalla partenza in gran fanfara dell'euro, infatti, il nostro Paese si è trovato quasi subito a fare i conti con una situazione profondamente diversa da quella immaginata: molti nodi sono venuti al pettine e i pettinatori, va da sé, si sono rivelati svogliati come quasi sempre. Fuor di metafora, hanno ancora latitato le riforme microeconomiche delle quali l'Italia, similmente a buona parte dell'Europa ma in misura ancora più spinta, avrebbe avuto assoluto bisogno.

Sul piano psicologico, il deprezzamento dell'euro nei confronti di molte altre valute ha fatto sembrare inutili i grandi sacrifici compiuti nel quinquennio precedente per portare la lira nel sistema europeo. Ad aggravare le cose, la svalutazione dell'euro non aiuta l'export delle imprese italiane nella stessa misura in cui lo faceva negli anni precedenti la svalutazione della moneta nazionale, perché buona parte dei concorrenti si trovano ormai all'interno della stessa area monetaria.

Molti mercati di sbocco importanti per la nostra produzione – l'Asia, l'America Latina, durante gran parte dell'anno anche il Medio Oriente – nel corso del 1999 hanno sonnecchiato, o hanno comunque ridotto le importazioni. Nei riguardi degli scambi con Eurolandia, il problema è che le imprese italiane hanno perso competitività: costo del lavoro e inflazione aumentano infatti più rapidamente che in Francia o in Germania, sia pure di poco.

Il commercio estero ha dunque visto ridursi in misura sensibile l'avanzo: nel periodo gennaio-ottobre (per i mesi successivi non ci sono ancora i dati) il saldo è stato pari a 23.557 miliardi di lire, con una diminuzione di 18.600 miliardi rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Nella bilancia dei pagamenti si mantiene positiva quella corrente, ma il saldo dei movimenti di capitali si è rovesciato di segno a causa del minore interesse degli investitori esteri per l'Italia e della tendenza del risparmio italiano a prendere le vie del vasto mondo.

L'inflazione non è oggi un problema sociale (un ritmo annuo del 2,1 per cento fa ridere di gusto chiunque abbia memoria dei decenni passati): ma è un problema economico, perché riduce la competitività delle imprese italiane verso gli europartner. A peggiorare il problema provvedono le diseconomie esterne di cui risentono le imprese, vittime di un sistema Italia la cui modernizzazione si fa aspettare – anche perché lo Stato, dovendo rientrare dal deficit pubblico, non può investire in infrastrutture.

L'inflazione si è associata nel 1999 a una bassa domanda interna per consumi, mentrre gli investimenti si sono mantenuti relativamente vivaci. Le famiglie italiane sono state molto attente alle spese perché le tasse hanno falcidiato il loro reddito disponibile e perché si sentivano insicure per l'avvenire. La riforma della spesa pensionistica è stata molto timida, più un ritocco che una vera riforma: ma se è risultata insufficiente per risolvere i problemi a medio-lungo termine, ce n'è stato comunque abbastanza per spaventare la gente.

Il prelievo fiscale è di fatto cresciuto ancora, nonostante singole iniziative di alleggerimento e semplificazione da parte del governo. La cosa non ha mancato di riflettersi sui conti pubblici. Se in primavera il ministro Giuliano Amato era andato a Bruxelles a impetrare una revisione dal 2,0 al 2,4 per cento dell'obiettivo di deficit 1999, revisione a onor del vero più che giustificata dalla crescita economica più bassa del previsto, i dati sulle entrate pubbliche dei mesi successivi hanno mostrato che la revisione era superflua: il disavanzo dell'anno sarà il 2 per cento, non di più.

L'economia però ha segnato il passo, e secondo la Confindustria chiuderà il 1999 con una crescita dell'1,2 per cento. Una ripresa oltre tutto fragile, visto che neppure gli ultimissimi dati sono univoci nell'indicare un recupero produttivo.

Il tasso di risparmio delle famiglie italiane si è ancora ridotto, e – sul versante degli impieghi – la Borsa ha oscillato nei due sensi del 10-15 per cento, per poi concludere l'anno con i fuochi d'artificio di una crescita quasi del 20 per cento. Grandi mutamenti si sono in ogni modo verificati fra le società quotate: l'ultimo anno del millennio fa registrare una delle più grandi Opa ostili della storia mondiale, quella di Olivetti su Telecom Italia, e la fusione di non minore importanza fra le Assicurazioni Generali e l'Ina. L'Enel e la società Autostrade sono state privatizzate, ed è proseguita l'integrazione delle banche in alcuni grandi gruppi come SanPaolo-Imi, Banca Intesa e Unicredito.

Come risultato di alcuni provvedimenti in fatto di assunzioni e sostegno all'occupazione, il numero dei senza lavoro è lievemente diminuito. Restano comunque largamente irrisolti i tre problemi centrali del lavoro italiano: l'alta percentuale dei disoccupati di lungo periodo, l'elevata disoccupazione giovanile, e la concentrazione territoriale del problema nel Mezzogiorno.

E tuttavia, proprio nel Sud del Paese sono emersi segni evidenti di un risveglio dello spirito imprenditoriale, mentre sono emerse preoccupazioni per l'economia del Nordest. Le cifre sulla creazione di nuove aziende nelle regioni del Sud mostrano un particolare fervore, in particolare lungo la dorsale adriatica. E se a livello di piccola impresa i giovani meridionali sembrano oggi piuttosto attivi, alcune grandi aziende del Sud hanno saputo accrescere fatturato ed esportazione: non solo la Fiat di Melfi, ma anche un'impresa come la Natuzzi e altre. Dal meridione, e precisamente dall'estrema propaggine adriatica, viene anche l'esperienza di assoluta avanguardia della Banca del Salento, oggi in procinto di essere acquisita dal Monte dei Paschi: una delle banche che hanno svecchiato l'offerta di servizi finanziari. Se tutto ciò preluda a un forte slancio dell'economia nelle aree fino ad oggi depresse dell'Italia è ancora troppo presto per dire. Ma quel che è certo è che l'immobilismo del Mezzogiorno si è finalmente rotto.


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…seguito da un 2000 un po' migliore

di Paolo Brera

(Dicembre 1999) Per l'economia italiana, A vele spiegate e con favor di vento: così l'economia italiana attraverserà il 2000. Purtroppo, solo nelle comunicazioni del governo di Roma – e se queste fossero una canzonetta, l'ottimismo a tutti i costi vi farebbe le veci del ritornello, con altrettanta efficacia sull'effettivo andamento delle cose. Gli osservatori indipendenti e i centri di ricerca collegati all'economia prevedono invece un anno assai meno flamboyant. Certo, anche da noi l'economia ha ripreso a marciare, ma in maniera più lenta rispetto al resto del mondo. Le previsioni del Centro Studi Confindustria indicano per il 2000 una crescita del pil al 2,2 per cento, meno della media mondiale (+3,5%) e di quella della zona euro (+2,8%). Nei due anni successivi, secondo Prometeia, l'incremento potrebbe arrivare al 2,5 per cento, avvicinandosi a quello previsto per l'Uem. Ciò significa che se proseguiranno le attuali tendenze l'Italia accumulerà ulteriore ritardo rispetto ai partner europei.

Il consensus degli economisti interpellati dall'Economist è più ottimista e assegna all'Italia un tasso di crescita del pil del 2,3 per cento e un'inflazione all'1,9. Anche questa previsione comporta un asptto sicuramente negativo, il deterioramento della competitività degli esportatori italiani nei confronti di quelli europei, deterioramento che dovrebbe situarsi intorno ad un punto percentuale più o meno l'eventuale differenziale nella crescita della produttività.

Non c'è dubbio, comunque, che la ripresa mondiale trainerà anche quella italiana. Un mercato di sbocco importante per gli esportatori, l'Asia, è previsto proseguire nella ripresa, l'Europa sta già crescendo rapidamente, gli Stati Uniti sembrano non conoscere sosta. L'aspettativa è che le esportazioni italiane riprendano a crescere a ritmo sostenuto, vicino a quello previsto per il commercio mondiale (tra il 5 e il 6 per cento).

Piazza degli Affari, grazie alla ripresa d'interesse degli investitori internazionali, che la ritengono sottopesata fra le Borse del mondo, entra nel 2000 in bellezza e dovrebbe mantenere lo slancio per buona parte dell'anno. Nel corso del 2000 sarà attuata la privatizzazione della seconda tranche di azioni Enel e anche degli Aeroporti di Roma; in giugno dovrebbe essere avviata la liquidazione dell'Iri. È anche praticamente certo che l'anno venturo assisteremo ad altre appassionanti battaglie azionarie, combattute anche da società estere desiderose di impiantarsi in Italia. Molte sono infatti le situazioni ancora da definire, a cominciare dal gruppo Compart il cui assetto non può certo essere considerato quello conclusivo.

Nessuna schiarita, o quasi, dal fronte del fisco e della mobilità del lavoro. Il nuovo governo D'Alema è la copia in carta carbone del precedente, l'incredibile ministro Visco è ancora al suo posto. Le promesse sono promesse e fair play vorrebbe che si aspettasse un certo tempo prima di dichiarare che non saranno mantenute, ma questo è un articolo di previsione, il Paese previdendo è l'Italia, e il mantenimento delle promesse, come dice Marcantonio dell'ambizione di Cesare, "dovrebbe essere fatto d'una stoffa più resistente". In effetti, non ci sono indizi che il governo possa, o voglia, mettere mano ai provvedimenti che soli potrebbero davvero migliorare la situazione. Coeterum censeo… ma no, lasciamo stare, per questa volta, e Buon Nuovo Millennio a tutti! In fondo, all'inizio di un millennio si può anche adottare una prospettiva secolare, e nel 3000 le cose sarano sicuramente ben diverse rispetto al 2000. Avremo tempo per rimediare a tutto. E se non noi, i nostri pronipoti.


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Il boomerang di Visco

di Nicola Sardi

(dicembre 1999) Udite, udite! Una disposizione voluta da Visco nel cosiddetto collegato fiscale alla Legge Finanziaria del 1999, dopo soli pochi mesi dalla sua entrata in vigore, è già stata giudicata unanimemente illegittima dalla giurisprudenza, in quanto in contrasto con la normativa comunitaria!

Questo è il risultato prodotto dalla linea dura pervicacemente messa in atto dal ministero delle Finanze. Ad aprire le ostilità è stata la circolare n. 32/E del 12 febbraio 1999, con la quale si impartivano istruzioni alle avvocature distrettuali dello Stato che patrocinano l'Amministrazione contro le società che avevano promosso cause per il rimborso della tassa di concessione governativa per l'iscrizione nel registro delle imprese. Una linea in attuazione di un piano che invece aveva obiettivi di realizzo di un'autentica beffa a danno delle società che attendono dal 1993 il rimborso della tassa di concessione governativa dichiarata illegittima dalla Corte di giustizia europea, e che ora si sta rivelando un vero e proprio boomerang nelle mani del ministro che l'aveva lanciato! Infatti, questo primo risultato produrrà, salvo nuovi interventi tampone in occasione della Finanziaria 2000, la conseguenza di un aumento spasmodico del contenzioso sul rimborso della tassa e ulteriori ingenti oneri per l'erario, cioè esattamente l'opposto di quello che si era prefisso il signor ministro Visco, varando la norma in questione!

Ricostruiamo la vicenda, anche con il riassunto delle due puntate precedenti già pubblicate (rubrica Esperti, "Concessione governativa, la tassa sarà rimborsata..." e "Il balzello, il trucco e la beffa..").

Prima puntata -Visco, stanco di sentirsi condannare per il suo ministero dai tribunali italiani al rimborso alle società dell'illegittima tassa di concessione governativa, con l'aggiunta di gravosi interessi e spese, fa introdurre l'art. 11 della Legge n. 448/98, in vigore dal '99 quale collegato fiscale alla Finanziaria, con previsione di un accantonamento di 2.500 miliardi per rimborsarla. La norma sancisce il diritto per le società che l'hanno richiesto ad avere la restituzione delle somme in via automatizzata, cioè direttamente dall'ufficio con vaglia o bonifico. Il trucco iniziale è che il signor ministro si concede un cospicuo sconto, facendo prevedere la sopravvivenza della tassa, con decurtazioni forfetarie sul capitale da rimborsare, a seconda della forma giuridica di società e, soprattutto, un taglio agli interessi dovuti in base alla legge sui rimborsi fiscali, imponendo il tasso legale in vigore dal 1999: 2,5% annuo!

In concreto, ad esempio, una S.r.l. che deve ricevere il rimborso di 5 annualità della tassa (anni 1988 - 1992) pagate per complessive L. 17.500.000, deve avere una decurtazione pari a L. 2.000.000 (quattrocentomila per ogni anno) e un'ulteriore decurtazione agli interessi maturati, spettanti per circa L. 8.500.000, pari ad altre L. 5.500.000. La nostra S.r.l., pertanto, in base alla buona novella di Visco introdotta insieme al rimborso del 60% dell'Eurotassa, si vedrà complessivamente rimborsare dagli uffici L. 18.500.000, anziché L. 25.500.000, sempre che abbia, ovviamente, presentato regolari istanze di rimborso!

Seconda puntata - Viene diramata la prima circolare ministeriale applicativa della legge, indirizzata agli uffici. Ecco che si apprende che gli uffici delle avvocature distrettuali dello Stato dovranno invocare nel corso delle cause pendenti, l'intervento della nuova legge, chiedendone l'applicazione retroattiva! Cioè, ecco la beffa: anche quel minor numero di società che hanno fatto causa e non hanno ancora ottenuto il rimborso in forza di una sentenza passata in giudicato, dovranno subire gli effetti della nuova legge!

Finito il riassunto delle puntate precedenti, è ben comprensibile come ora possa insorgere una grande soddisfazione tra i contribuenti interessati al rimborso, dall'apprendere che i giudici italiani, investiti da questa nuova pretesa del ministero, l'abbiano respinta al mittente... I giudici, per lo più, hanno autonomamente disapplicato la norma, in quanto in contrasto con la normativa comunitaria, tutti sulla questione degli interessi sul capitale, qualcuno, tra cui però la suprema Corte di Cassazione, anche sul punto delle decurtazioni forfetarie. E c'è chi, più prudentemente, ha anche rimesso la norma al giudizio della Consulta, in quanto sospettata d'incostituzionalità.

Abbiamo appreso, a settembre, che è uscita anche la seconda circolare, con la quale il ministero ha annunciato la predisposizione per l'invio, a partire da novembre, dei primi rimborsi automatizzati... Che le società interessate, a questo punto della storia, potranno intanto incassare a titolo d'acconto e poi ricorrere al tribunale, per ottenere la disapplicazione dell'art. 11 e la condanna del ministero al pagamento della maggior somma che gli spetta.

La diabolica macchinazione giuridica del signor ministro Visco si è trasformata in un boomerang che gli tornerà sul capo dal 2000, portandogli in dote un mare di ulteriori cause e di esborsi conseguenti. A meno che non voglia porgervi rimedio con il prossimo collegato fiscale. Si accettano scommesse.


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Mercato azionario, il Web dal boom al crash

di Paolo Brera

(Novembre 1999) Balzi all'insù del 30, del 60, del 700 per cento in un solo giorno. Seguiti a pochi giorni di distanza da cadute del 20, del 30, del 50 per cento. Benvenuti alla più grande "bolla" che abbia mai reso frenetica Piazza degli Affari: quella dei titoli Internet, o presunti tali. Il comportamento del mercato, in questo caso, ha ragioni che la ragione proprio non conosce. Ma poiché l'Italia non è certo sola in questa webbomania, i motivi non devono risiedere nel carattere nazionale ma altrove.

Exploit come questi si debbono sempre pagare, e non può meravigliare la caduta che negli ultimi giorni hanno subito tutti i titoli tecnologici (chi troppo in alto sal…). Come in America, dietro l'esuberanza folle dei titoli connessi alla Rete delle reti ci sono solo smodate e poco realistiche speranze, non previsioni equilibrate. Nemmeno Yahoo! o Amazon.com potranno mai moltiplicare per mille o diecimila il loro fatturato, però sarebbero necessari proprio incrementi del genere, o anche maggiori, per giustificare gli attuali prezzi sulla base dei rendimenti delle attività alternative. Gli unici due argomenti razionali che si possono proporre per giustificare la follia sono i seguenti. Primo: la maggior parte degli investitori in titoli Internet sono giovani, che in quanto tali si possono permettere di aspettare parecchio prima di vedere i frutti dell'investimento. Unico rischio, quello che si diceva dei piantatori di palme: "Chi semina datteri non mangia datteri", perché ci vuole un tempo più lungo di una vita umana prima che maturino. Secondo argomento: la maggior parte degli acquirenti di titoli tecnologici opera via Web, comprando e vendendo con un semplice scatto di mouse, e quindi conduce una politica di investimento alla Lara Croft. L'essenziale è il tempismo nell'entrare e nell'uscire, e pirla è il cassettista. Solo che questo non è un atteggiamento da autentici investitori, è un atteggiamento da giocatori d'azzardo.

Se in America va maluccio, in Italia è anche peggio. "Tiscali? Speriamo che nessuno vada a guardare che cosa c'è dentro la scatola nera del suo business", dice un esperto di informatica che la conosce e che ne è fornitore (di qui l'anonimato). È certamente troppo pessimista, perché, da buon tecnico, sopravvaluta l'aspetto hardware e software e non pensa all'eccezionale goodwill che l'impresa sarda si è costruita, che ha pure un valore. Ma è anche vero che la società guidata da Renato Soru è oggi la più solida della pattuglia delle "tecnologiche" italiane, e anche la più solidamente impiantata in Internet.

Altre lo sono molto di meno, magari senza colpa alcuna. Il patron di Finmatica, Pierluigi Crudele, è arrivato al punto di avvisare il mercato che la sua società crede sì nella Rete, ma per ora al riguardo ha solo qualche progetto e il suo core business non ha niente a che fare con Internet. Ai giornalisti che gli chiedevano quanto durerà l'altalena di Finmatica, Crudele ha risposto: "Fino a quando la Borsa vivrà di sensazioni, piuttosto che del rapporto tra azienda e mercato". Inaudito.

In tutti i sensi. Quasi nessuno ha prestato attenzione all'autorevole avvertimento, anche se il titolo ha cominciato a scendere del 20 per cento al giorno perché tutti si sono buttati a pesce sulla possibilità di monetizzare le plusvalenze. Questa però non è una mentalità da operatori evoluti, ma una mentalità da gioco del Lotto o da gente che crede nelle Fate. E almeno fossero quelle della pubblicità dell'Enel! la cui azione è stata sopravvalutata in fase di collocamento ma di non molto, è scesa nei giorni successivi ma non di molto, e si è poi ripresa ma non di molto. Tutto il contrario, insomma, di queste stelle filanti di titoli Internet che, è proprio il caso di dirlo, nelle ultime settimane hanno irretito tanti italiani.


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Vedrete, tornerà Cartella Pazza

di Nicola Sardi

(Novembre 1999) A fine giugno, con la legge n. 205/99 il Signor Ministro Visco è riuscito a incassare dal Parlamento l'approvazione della legge delega, che autorizzerà il Governo a emettere nel termine di sei mesi un decreto legislativo di depenalizzazione - tra gli altri - dei reati fiscali, e a dettare nel termine di otto mesi, una nuova normativa dei reati in materia tributaria. La Commissione istituita allo scopo di predisporre le proposte di schemi legislativi vede, tra i suoi componenti di spicco, il Dott. Bruno Tinti, Procuratore Aggiunto presso il Tribunale di Torino, cioè magistrato di quella stessa Procura della quale hanno fatto parte, sia il Dott. Caselli, sia l'onorevole Violante, attuale Presidente della Camera dei Deputati.

L'esperto tributario si domanda se sia possibile concedere una depenalizzazione che cancellerà i reati di natura tributaria, senza contestualmente consentire anche una qualche forma di perdono per quelle sanzioni amministrative connesse al compimento di quegli stessi fatti criminosi.

La risposta è certamente negativa e la sua motivazione può essere validamente mutuata dal compianto Silvio Moroni, quando, con gran senso di praticità, per casi simili affermava che "il minore sta dentro al maggiore" …

Il Ministero delle Finanze, ha recentemente affermato che, con l'obiettivo di attuare la Riforma Visco, si sta lavorando alacremente per eliminare il peso dell'arretrato, per evitare prescrizioni e al fine di poter attuare appieno i risultati del fisco telematico del terzo millennio. Gli Uffici, cioè, anche per evitare prescrizioni, dovranno tassativamente completare il controllo delle dichiarazioni fiscali presentate per gli anni dal 1993 al 1997, entro il 2000. Il Ministero, nonostante l'improbo sforzo imposto al suo personale, manifesta sicuro ottimismo, così minacciando di fatto i contribuenti interessati di un'invasione, di qui a pochi mesi, di milioni di accertamenti e di cartelle esattoriali!

L'esperto tributario ancora si chiede se sia possibile realizzare una simile ardua impresa, senza incorrere in un'altra (ben maggiormente lunga e dolorosa) stagione di provvedimenti pazzi, come è già accaduto per gli ultimi due anni d'imposta accertati.

Ancora la risposta è certamente negativa e la sua motivazione è data dalla consapevolezza che i mezzi di controllo sono sempre gli stessi, il personale a ciò deputato non è aumentato e, per di più, gli viene chiesto di attuare quest'impresa proprio nel periodo in cui è in agitazione a livello sindacale contro il Ministero stesso, a causa della riforma dell'amministrazione finanziaria voluta da quest'anno dal signor Ministro Visco…

Eppure, nonostante la certezza delle due risposte precedenti, si continua a non parlare di quello che sarebbe l'ineluttabile panacea di tutti i mali fiscali: un bel condono tombale, simile all'ultimo noto come il 413/91, il numero, cioè, della Legge che lo introdusse in accompagnamento alla Finanziaria per il 1992.

L'esperto tributario, infine, si domanda se sia normale non parlarne stante l'attuale momento politico attraversato. Direbbe, con espressione cara al giornalista Giampiero Mughini: Suvvìa! La risposta è, questa volta, certamente sì! E questo silenzio è proprio la traccia più marcata della volontà di volerlo introdurre a corredo dell'inizio dell'anno del Giubileo… quasi che fosse una sorta d'indulgenza plenaria!


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Sulla privatizzazione di Autostrade pesa l'Enel

di Paolo Brera

(Novembre 1999) La data, dopo l'approvazione del prospetto da parte della Consob, è stata fissata in lunedì 29 novembre. Quel giorno parte quella che in Italia sarà l'ultima privatizzazione del millennio, quella della Società Autostrade, per concludersi il 3 dicembre. Tenuto conto delle quote già cedute, lo Stato italiano verrà a incassare in tutto 7,75 miliardi di euro. Se tutto andrà bene.

Già, se tutto andrà bene. Sul mercato viene offerto il 56,6 per cento della società, a un mese esatto dal collocamento dell'Enel: un collocamento infausto, che a causa della cupidigia dello Stato ha generato problemi per tutta la Borsa italiana, e per il processo di privatizzazione in particolare. L'azione Enel, infatti, si muove da allora intorno al prezzo iniziale, senza riuscire a decollare: segno certo che il prezzo a suo tempo richiesto è stato troppo alto per le condizioni del mercato. Ora la privatizzazione di Autostrade dovrà incaricarsi di mostrare se i risparmiatori, scottati una volta dall'elettricità, risponderanno lo stesso al richiamo dell'asfalto.

Il collocamento avviene dopo che il 30 per cento di Autostrade è stato ceduto dal proprietario, l'Iri, a un nucleo duro guidato da Edizione Holding (gruppo Benetton) e formata inoltre dalla Fondazione Crt, dalla spagnola Autopistas, dall'Ina, da Unicredito e da Brisa, il gestore autostradale portoghese. La cordata ha assunto verso l'Iri una serie di impegni: non cedere neppure un'azione del nucleo duro per almeno tre anni, garantire la continuità produttiva e salvaguardare l'occupazione e il mix di aree di attività. Questo può essere possibile solo se Autostrade saprà imboccare una profonda diversificazione. In parte, lo sta già facendo, sopra tutto nelle telecomunicazioni: come è stato spiegato nel roadshow che ha preceduto il collocamento, entro cinque anni gli introiti tlc dovranno costituire il 20 per cento dei ricavi totali del gruppo.

Oltre all'investimento in Blu, quarto operatore di telefonia mobile, Autostrade sta oggi parlando con un gruppo internazionale per valorizzare la rete in fibra ottica (3.300 chilometri) che corre a lato del manto stradale. Nel roadshow l'amministratore delegato Pierluigi Ceseri ha fatto i nomi di Swisscom, Tiscali ed Mci, citando anche non meglio identificati "altri".

Per quanto riguarda Blu, di cui Autostrade controlla il 32 per cento attraverso la Sitech, il servizio telefonico partirà nei primi mesi del 2000, e l'obiettivo, come ha detto il presidente Giancarlo Elia Valori, è di conquistare entro il 2005 una quota di mercato del 13 per cento. Riguardo alla società spagnola Telefónica, ancora Ceseri ha precisato che sono in corso rapporti di tipo operativo, mentre ipotesi di più ampio respiro sono state fatte per la joint venture con la romana Acea, che tuttavia potrebbe sfociare, più che in una modifica dell'assetto proprietario, in una convergenza operativa.

Il presidente della società, Giancarlo Elia Valori, ha dichiarato di non temere "l'effetto Enel" sulla completa privatizzazione della società. "Gli azionisti forti di Autostrade sono noti e le regole che devono rispettare sono chiare", ha detto Valori. A differenza di quanto è accaduto per la prima tranche dell'Enel, l'offerta globale di azioni non potrà essere aumentata, in quanto con questa operazione l'Iri cede già tutta quanta la propria partecipazione. Se dunque le richieste dovessero superare significativamente l'offerta, si dovranno ripartire le azioni tra Opv e investitori istituzionali. L'impegno è di riservare almeno il 40 per cento dell'offerta all'Opv: "È tradizione", ha detto Valori nel roadshow, "avere molta attenzione per i risparmiatori". Bisognerà vedere se questa attenzione sarà o meno ricambiata dalla vasta platea di investitori i cui risparmi si vogliono di nuovo mobilitare.


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Sulle tracce… di un condono

di Nicola Sardi

(Novembre 1999) A fine giugno, con la legge n. 205/99 il Signor Ministro Visco è riuscito a incassare dal Parlamento l'approvazione della legge delega, che autorizzerà il Governo a emettere nel termine di sei mesi un decreto legislativo di depenalizzazione - tra gli altri - dei reati fiscali, e a dettare nel termine di otto mesi, una nuova normativa dei reati in materia tributaria. La Commissione istituita allo scopo di predisporre le proposte di schemi legislativi vede, tra i suoi componenti di spicco, il Dott. Bruno Tinti, Procuratore Aggiunto presso il Tribunale di Torino, cioè magistrato di quella stessa Procura della quale hanno fatto parte, sia il Dott. Caselli, sia l'onorevole Violante, attuale Presidente della Camera dei Deputati.

L'esperto tributario si domanda se sia possibile concedere una depenalizzazione che cancellerà i reati di natura tributaria, senza contestualmente consentire anche una qualche forma di perdono per quelle sanzioni amministrative connesse al compimento di quegli stessi fatti criminosi.

La risposta è certamente negativa e la sua motivazione può essere validamente mutuata dal compianto Silvio Moroni, quando, con gran senso di praticità, per casi simili affermava che "il minore sta dentro al maggiore"

Il Ministero delle Finanze, ha recentemente affermato che, con l'obiettivo di attuare la Riforma Visco, si sta lavorando alacremente per eliminare il peso dell'arretrato, per evitare prescrizioni e al fine di poter attuare appieno i risultati del fisco telematico del terzo millennio. Gli Uffici, cioè, anche per evitare prescrizioni, dovranno tassativamente completare il controllo delle dichiarazioni fiscali presentate per gli anni dal 1993 al 1997, entro il 2000. Il Ministero, nonostante l'improbo sforzo imposto al suo personale, manifesta sicuro ottimismo, così minacciando di fatto i contribuenti interessati di un'invasione, di qui a pochi mesi, di milioni di accertamenti e di cartelle esattoriali!

L'esperto tributario ancora si chiede se sia possibile realizzare una simile ardua impresa, senza incorrere in un'altra (ben maggiormente lunga e dolorosa) stagione di provvedimenti pazzi, come è già accaduto per gli ultimi due anni d'imposta accertati.

Ancora la risposta è certamente negativa e la sua motivazione è data dalla consapevolezza che i mezzi di controllo sono sempre gli stessi, il personale a ciò deputato non è aumentato e, per di più, gli viene chiesto di attuare quest'impresa proprio nel periodo in cui è in agitazione a livello sindacale contro il Ministero stesso, a causa della riforma dell'amministrazione finanziaria voluta da quest'anno dal signor Ministro Visco…

Eppure, nonostante la certezza delle due risposte precedenti, si continua a non parlare di quello che sarebbe l'ineluttabile panacea di tutti i mali fiscali: un bel condono tombale, simile all'ultimo noto come il 413/91, il numero, cioè, della Legge che lo introdusse in accompagnamento alla Finanziaria per il 1992.

L'esperto tributario, infine, si domanda se sia normale non parlarne stante l'attuale momento politico attraversato. Direbbe, con espressione cara al giornalista Giampiero Mughini: Suvvìa! La risposta è, questa volta, certamente sì! E questo silenzio è proprio la traccia più marcata della volontà di volerlo introdurre a corredo dell'inizio dell'anno del Giubileo… quasi che fosse una sorta d'indulgenza plenaria!


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Tecnost-Telecom, Colaninno riconosce la sconfitta. Siamo sconfitti anche noi

di Paolo Brera

(Novembre 1999) Ha dovuto sputarlo, infine, Roberto Colaninno, quel boccone indigesto che gli investitori istituzionali gli avevano cacciato giù per il gorgozzule fra settembre e ottobre. "Il Consiglio di amministrazione di Tecnost ha riesaminato il piano di riassetto societario del Gruppo proposto lo scorso mese di settembre e ha deciso di non procedere con tale operazione." Poche scarne parole sono dunque bastate al vertice per liquidare il progetto di scorporo e scambio degli asset di Telecom, lo stesso che nelle scorse settimane aveva provocato una terribile alzata di scudi anti-Olivetti sui mercati finanziari. Piazza degli Affari ha gradito. E ancor più le è piaciuta la notizia della quotazione separata di Tin.it, il braccio Web del gruppo di telecomunicazioni. Il prezzo di tutti i titoli interessati (Olivetti, Tecnost, Telecom Italia e Tim) è balzato all'insù con scambi molto vivaci.

Nonostante questo raddolcimento finale, resta il fatto che per Colaninno l'intera vicenda Tecnost-Telecom è un'amara sconfitta, non una zuccherina vittoria. Il presidente e amministratore delegato di una delle maggiori società italiane si è preso una bella bacchettata sulle dita da parte degli investitori istituzionali, che hanno ottenuto una perizia indipendente per definire un concambio diverso fra le azioni Tecnost, Telecom e Tim, e un'altra dai periti indipendenti, che hanno tirato fuori un prezzo "equo" (equo per gli azionisti di minoranza) molto più alto di quello che era stato proposto all'inizio. La credibilità del megamanager mantovano è ovviamente diminuita, e Colaninno dovrà ora sudare parecchio per recuperarla di fronte alla platea degli investitori. "Il piano industriale di Telecom Italia non verrà modificato", ha dichiarato ancora Colaninno, ma è solo una foglia di fico per celare il pudendissimo rovescio.

Un rovescio, beninteso, che si è cercato lui stesso, fidando troppo nel suo prestigio. Aggiungiamo pure che comportandosi così Colaninno ha danneggiato anche l'intero mercato azionario italiano, del quale si è ricominciato a dire che non protegge gli azionisti di minoranza (il che, dopo la perizia Telecom, è ufficiale). Che farà adesso Colaninno per rilanciare l'attività industriale del suo gruppo, e soprattutto per coprire i 30.000 miliardi di debiti creatisi con l'Opa?

A parte la quotazione di Tin.it, che ha fatto scorrere fiumi di entusiastico inchiostro presso i webbolatri che abbondano fra i commentatori finanziari, ci sono solo ipotesi. Si era parlato di un aumento di capitale Olivetti (lo studio in proposito, saecondo il Sole 24 Ore, sarebbe già stato realizzato da note banche d'affari), ma il Consiglio non ne ha nemmeno parlato – anche perché è dura far passare un aumento quando serve non a finanziare un'espansione ma solo a trarsi fuori dai puffi. Certo, l'aumento potrebbe essere reso attraente emettendo le nuove azioni a condizioni di ultra-favore, però gli azionisti di maggioranza non sono dei cresi e non hanno tutti i soldi che ci vorrebbero, mentre quelli di minoranza potrebbero ben lamentare la continua e ossessiva richiesta di nuovi mezzi. Telecom Italia, a peggiorare il tutto, sta andando qualche po' meno bene di prima: la concorrenza ormai si fa sentire e nei primi nove mesi dell'anno l'utile netto è sceso del 16,3 per cento. Far scaturire valore dalla riorganizzazione di Telecom, come ha detto il Cda Tecnost, è sicuramente possibile. Ma sarà possibile anche arrivare in tempo per evitare tutte le procelle che si stanno ormai addensando sulla Olivetti? Oggi questa, e non altra, è la scommessa di Colaninno: una questione di quando, non di come.


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La giustizia tartaruga oggi anche a Strasburgo

di Nicola Sardi

 

(Novembre 1999) Quando si parla dei mali della giustizia italiana, ci si riferisce soprattutto alla sua cronica lentezza, e, conseguentemente, si finisce col cercarvi un rimedio quando il ritardo tra la data d'inizio di un processo e quella in cui interviene una prima sentenza che lo definisce è tale da provocare un danno risarcibile a favore delle parti processuali coinvolte. Il rimedio, in realtà, esiste fin dal 1955, quando cioè l'Italia ha ratificato con una propria legge la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo del 1950, sottoponendosi così al giudizio dell'omonima Corte, avente sede a Strasburgo.

Sta accadendo, però, che a causa dell'elevatissimo numero di ricorsi proposti di recente contro il Governo italiano, anche i tempi del procedimento avanti ai giudici di Strasburgo si stanno dilatando al punto di doversi chiedere se anche la giustizia europea non stia diventando, in conseguenza del caso Italia, una tartaruga meritevole di analoga condanna…

Fino alla fine del 1990 i ricorsi proposti alla Corte europea contro l'Italia erano solo qualche decina, poi sono di anno in anno enormemente cresciuti, fino ad arrivare ai 1.920 del '96 (anno dell'introduzione del nuovo processo civile), ai 2.066 del '97 e ai 2.978 del '98! Aspettiamo di conoscere i dati ufficiali del '99, ma è certo che il numero è ancora lievitato, tanto da cumularsi ad quell'arretrato già notevole che aveva consigliato alla Cedu di ristrutturarsi nel suo interno, sopprimendo la vecchia Commissione e riorganizzandosi in quattro Sezioni, con decorrenza dal 1° novembre 1998.

Evidentemente, il gran numero di condanne nei confronti del Governo non sono comunque bastate, visto che la stessa Corte Europea in una sua recente sentenza ha riconosciuto che "in Italia la lentezza eccessiva della giustizia rappresenta un pericolo importante, segnatamente per lo Stato di diritto".

È anche per questa ragione che recentemente un Comitato per la giustizia del lavoro di Roma ha deciso di presentare un esposto-denuncia a Bruxelles indirizzato a Prodi, nella sua qualità di presidente della Commissione europea, segnalando come la gravità dei ritardi dei processi, particolarmente nel diritto del lavoro, rito peraltro preso a modello per migliorare anche il procedimento ordinario civile, abbia raggiunto ormai disfunzioni allarmanti: durata media nazionale di cinque anni tra primo grado e appello, quando la legge prevede otto mesi! E si pensi che a Roma e in altre città nel meridione tra la data del deposito del ricorso e la data di fissazione della prima udienza da parte del giudice, si è arrivati ad aspettare cinque anni, quando la legge prescrive che siano al massimo sessanta giorni.

Il problema ora sembra però trasferirsi anche a Strasburgo, in quanto le statistiche dicono che la Corte è impegnata per quasi metà del suo tempo a trattare i casi accumulati contro l'Italia… E così anche i tempi, prima certamente ragionevoli di Strasburgo, stanno diventando irragionevoli, in quanto essi stessi rischiano di parificarsi a quelli per i quali i giudici europei procedono a condannare l'Italia a risarcire il danno provocato ad un suo cittadino in relazione alla violazione dell'art. 6, paragrafo 1, della Convenzione, che sancisce per l'appunto il principio della durata ragionevole del processo.

I tempi con i quali la Corte giudica dunque sono in procinto di divenire i medesimi di quelli in relazione ai quali, la Corte secondo l'orientamento più recente, condanna l'Italia per non aver garantito lo svolgimento di un processo civile o penale entro un termine ragionevole…

Il procedimento a Strasburgo durava infatti in media, per i casi più ricorrenti che sono quelli di cui trattiamo, circa due anni e interveniva la condanna dello Stato italiano quando il processo interno era durato oltre i tre anni… I giudici di Strasburgo finiranno per auto-condannarsi? Oppure chi sarà chiamato a giudicare sui ritardi della Corte Europea?


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Le mille vie dello Stato per rendersi insolvente

di Nicola Sardi

 

(Novembre 1999) Lo sforzo effettuato dall'Italia per entrare nell'Unione Europea ha ancor più rimarcato lo scollamento già esistente tra quello che è definito come lo Stato di diritto e quello che è chiamato lo Stato di fatto. Meno tecnicamente parlando, cioè, si è venuto a creare un ulteriore divario tra lo Stato formale e quello reale, causando ormai un vero e proprio strappo che temo sia difficile ricucire, in quanto il cercare di riottenere un auspicabile riavvicinamento tra i due Stati passerebbe inevitabilmente attraverso la dichiarazione dello stato d'insolvenza dell'Italia nei confronti dei suoi cittadini, condizione che, oltre che a escluderci dall'Europa, ci metterebbe a livello di un paese del Terzo Mondo!

L'Italia fa sì attualmente le leggi che la normativa comunitaria le chiede, ma non ha le risorse finanziarie per attuarle quando queste riconoscono un diritto del cittadino nei suoi confronti. Il cittadino italiano fino a quando non si viene a trovare nella situazione di creditore del suo Stato, non si rende ancora conto di come quest'ultimo, in realtà, si comporti, cercando cioè di sottrarsi o, quantomeno, di ritardare il più possibile il proprio adempimento…

Quando però qualche cittadino, stanco di sentirsi vessato, decide di rivolgersi alla tutela degli organi della giustizia europea, è solo allora che il Governo italiano, puntualmente condannato per le sue ripetute violazioni, adempie con solerzia, anche assai prima del termine concessogli, al pagamento di quanto dovuto!

È chiaro che ciò potrà ancora avvenire e, pertanto, salvarci dal giudizio della Comunità Europea di Stato inottemperante a livello cronico, solo fino a quando gli italiani che hanno la forza e la costanza (oltre che le risorse economiche) di arrivare fino all'azione avanti alle Corti d'Europa, saranno ancora pochi e, quindi, prontamente tacitabili senza dover sconvolgere le poste della Finanziaria, in quanto il Governo potrà ancora raschiare il fondo del barile… Ma se, coerentemente, quasi tutti gli italiani si ribellassero e, contestualmente, invadessero i giudici comunitari denunciando il reale stato d'insolvenza dell'Italia, ecco come anche in Europa non potremmo più essere in grado di risarcire tutti i diritti lesi e, quindi, le nostre magagne finanziarie verrebbero inesorabilmente al pettine!

Un esempio eclatante di quanto detto ci viene offerto in ambito tributario, ove, notoriamente, l'Amministrazione finanziaria, quando ritiene di dover avere, pretende immediatamente le proprie pretese, anche mediante gravose iscrizioni provvisorie di imposte esecutivamente riscuotibili pur quando è proposto ricorso dal contribuente, mentre quando deve dare, fa di tutto per non riconoscerlo o, se obbligata con condanna di un giudice italiano, per adempiere comunque a babbo morto… È così che si spiega perché lo Stato italiano introduce finalmente la legge anche nel processo tributario che chi perde paga le spese processuali, ma poi, anche se condannato a rifonderle non le paga, pur trattandosi di qualche milione… E perché riconosce il diritto al rimborso dell'Ilor agli agenti di commercio o sancisce il diritto delle società ad avere il rimborso della tassa di concessione governativa, accantonandone i relativi fondi con la Legge Finanziaria, ma poi, non avendo eseguito spontaneamente quanto promesso, si fa condannare…

Ma la sentenza esecutiva e definitiva a favore del contribuente non è poi da sola sufficiente per incassare, in quanto per riscuoterla il creditore dovrà comunque intraprendere un ulteriore processo per l'esecuzione forzata, fino ad arrivare al pignoramento di entrate giacenti presso la Banca d'Italia quale tesoriere del Ministero delle Finanze! Il quale, per di più, continua a sfruttare i propri stessi ritardi, giocando anche su quelli cronici della consorella Amministrazione della Giustizia: si pensi che avanti il Tribunale di Roma accade che l'udienza iniziale che viene indicata nell'atto di pignoramento presso terzi (Banca d'Italia) dall'avvocato che agisce per il contribuente procedente, che per legge non dev'essere inferiore a dieci giorni e di prassi viene proposta in circa trenta, viene fissata d'ufficio a distanza di ben otto mesi!

Ma qui mi accorgo che ci stiamo introducendo in un altro capitolo della storia: quello dei ritardi della giustizia. Per ora è il caso di fermarci, che tanto ce n'è già abbastanza...!


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Generali-Ina, chi guadagna che cosa dall'Opas amichevole

di Paolo Brera

 

(Novembre 1999) La parola fine all'intera vicenda Generali-Ina si potrà mettere solo verso la metà di dicembre, quando l'Opas ormai amichevole dei triestini avrà fatto il suo corso e si saprà con certezza se gli azionisti Ina avranno aderito. Ma nei fatti la questione si può già oggi ritenere definita, perché i possessori dei grandi pacchetti azionari hanno già dichiarato da quale parte pendono ed è ben difficile che fra gli altri azionisti siano in molti quelli inclini a snobbare le indicazioni del Consiglio di Amministrazione dell'Ina.

E dunque, le Assicurazioni Generali formeranno un solo gruppo con l'Ina, e questo gruppo sarà una delle più grandi compagnie di assicurazione europee. I dettagli dell'accordo non sono, in questa luce, molto importanti. Si sa comunque che l'Ina distribuirà un acconto di 500 miliardi sul prossimo dividendo (il che significa semplicemente che alle Generali l'acquisizione costerà un 2 per cento in più); e che Sergio Siglienti, presidente dell'Ina, entrerà nel board delle Generali, mentre l'attuale amministratore delegato Lino Benassi resterà al timone della nuova Ina. Questa riceverà in dote le attività italiane Vita di Trieste e assumerà un ruolo centrale nel nuovo polo assicurativo.

"Non nascondo la mia soddisfazione", ha dichiarato a caldo l'amministratore delegato di Generali Gianfranco Gutty: "crediamo molto in questa operazione, che si conferma un progetto valido anche per l'Ina". In realtà, le sinergie operative fra le due imprese saranno abbastanza ridotte, e quanto al possibile risparmio sui costi - stimato a suo tempo in circa 340 miliardi di lire - le rassicurazioni che il Leone ha dovuto dispensare a destra e e a manca ne minacciano il conseguimento. Ci vorranno anni e anni perché le due realtà comincino davvero a funzionare come una sola. Ma come diceva quello là dagli occhi a mandorla, anche una marcia di diecimila li comincia sempre dal primo passo.

I grandi trionfatori di tutta la vicenda sono Alfonso Desiata, che si è rivelato grandissimo diplomatico, ed Enrico Cuccia. Nelle Assicurazioni Generali più di chiunque altro conta Mediobanca, con il 13 per cento delle azioni, e continuerà a contare così anche dopo la fusione. Mentre quello che sembrava vocato ad essere il contraltare di Mediobanca nel merchant banking italiano, il gruppo SanPaolo-Imi, si trasforma in un quasi-alleato.

Il guadagno dei torinesi è meno netto. L'importanza di ciò che riceverà aderendo all'Opa è ridotta dalle incertezze che ancora avvolgono l'effettivo conseguimento di quanto promesso dalle Generali. Di sicuro il SanPaolo-Imi guadagna una quota fra l'1,6 e il 2,6 per cento delle Generali, e forse più, visto che in ottobre ha incrementato la sua partecipazione in Ina dall'8,60 per cento al 10,17 per cento (una parte della partecipazione è indiretta, quale pegno, e non si sa se sarà conferita all'offerta). Sono in forse invece tanto la quota di Bn Holding - il 51 per cento (l'altro 49 per cento è della Bnl, che ha un diritto di opzione e se lo tiene stretto), quanto le azioni della stessa Bnl oggi in capo all'Ina, sulle quali sembrano gravare diverse incognite. Per il SanPaolo-Imi si apre senza dubbio una stagione di trattative, e difficilmente riuscirà a portare a casa l'intera posta in gioco.

Ma anche così, che mutamento per la finanza italiana! Un gruppo assicurativo che arriva ai più alti livelli europei, un gruppo bancario che si rafforza e consegue, anch'esso, dimensioni tali da farne un player continentale. Cinque anni fa, nessuno se lo sarebbe immaginato. Sarebbe bello se potessimo concludere di essere a buon punto nella ristrutturazione del nostro sistema finanziario, ma così non è. Tutto quello che si può dire è che forse adesso siamo sulla buona strada, e anche l'Italia, tutto sommato, va contata fra i vincitori.


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Generali prosegue l'attacco, l'Ina si cerca un cavaliere bianco. Nel frattempo, si tratta

di Paolo Brera

 

(Ottobre 1999) Il Leone triestino va avanti per la sua strada. E se da un lato ha avviato una trattativa con l'Ina, alla ricerca di un accordo per una soluzione amichevole con la "preda" - come ha ammesso il presidente, Alfonso Desiata - dall'altro ha dato il via all'Opa sulla compagnia di assicurazioni romana guidata da Sergio Siglienti, senza mutare una virgola rispetto a quanto già anticipato e senza pensare minimamente ad un rilancio. "Non molleremo nulla", ha dichiarato tranchantissimo il vicepresidente ed amministratore delegato di Generali Gianfranco Gutty dopo l'assemblea di sabato 29 ottobre, che ha varato l'aumento di capitale da 1.806 miliardi al servizio dell'Opa e ha formalmente approvato l'operazione.

Le ostilità dunque continuano, ma nello stesso tempo si tratta la pace, ed è chiaro che a Desiata piacerebbe trovare una soluzione negoziata, ma si vis pacem, para bellum, come dice il proverbio latino: se vuoi la pace, preparati alla guerra. E, un pochino, di guerra si sta parlando, e a tempi ancora più stretti. L'opa delle Generali sull'Ina, ha annunciato Desiata, "durerà 3 settimane" e si dovrà chiudere entro il 15-18 dicembre. Perciò l'operazione dovrebbe prendere il via alla fine di novembre.

Difficilmente l'Ina avrà il tempo di intraprendere alcuna delle iniziative di intralcio che le recenti sentenze di alcuni organi giudiziari italiani hanno dichiarato essere più che legali. La compagnia di assicurazione è stata presa di sorpresa dall'offerta dei triestini, e ha visto sgretolarsi in pochi giorni l'alleanza su cui contava per difendersi dall'importuno corteggiatore.

A chi si potrebbero rivolgere Sergio Siglienti e Lino Benassi, la coppia che regge l'Ina? Non a Commerzbank, il cui capo delle attività europee Axel von Ruedorffer ha già detto pubblicamente, in un'intervista al Sole24Ore: "Noi sosteniamo le Generali nella loro offerta sull'Ina, perché il rafforzamento della leadership nel settore assicurativo italiano consolida una forte posizione nel mercato di Eurolandia". Non alla Bnl, che ha già annunciato la propria intenzione di vendere la sua quota al migliore offerente. Le indiscrezioni parlano di gruppi assicurativi svizzeri, francesi e anche tedeschi che starebbero valutando la possibilità, e i rischi, di fare da "cavalieri bianchi" dell'Ina. Gli unici papabili però sembrerebbero Axa ed Allianz, che avrebbero i muscoli necessari. Ma ne avrebbero anche l'interesse? C'è un mese di tempo perché possano chiarirlo.

Frattanto, in casa Generali si fanno i conti. L'acquisizione dell'Ina dovrebbe essere finanziata anche tramite l'accensione di nuovo debito. E a chi se ne preoccupava, in assemblea Gianfranco Gutty (uno degli amministratori di Generali) ha risposto con molta tranquillità che l'indebitamento complessivo derivante dal lancio dell'Opa, pari nell'ipotesi di un'adesione al 100 per cento a poco più 15.000 miliardi, "non preoccupa minimamente le società di rating" e si pone a livelli "assolutamente normali per società come le nostre". Gutty ha anche anticipato qualche dettaglio sul trasferimento del ramo Vita di Ina a Generali, dando l'impressione di considerare virtualmente già in porto l'Opa.

Non si può mai sapere, né bisogna sottovalutare i negoziati in corso. Ma quel che sembra chiaro è che la fusione e le operazioni successive, quelle concordato con il SanPaolo-Imi, cambieranno la geografia del settore finanziario italiano. Ne ha parlato la stessa Banca d'Italia, per bocca del governatore Antonio Fazio: la fusione "determinerà un ulteriore consolidamento della struttura proprietaria dei gruppi creditizi al vertice del sistema", e che "potrà comportare modifiche negli assetti di controllo di alcune banche". Che sono, vedi caso, proprio le più grandi in Italia.


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Due domande (e quattro risposte) sull'inflazione

di Paolo Brera

(Ottobre 1999) Guarda un po', l'Italia ha ricominciato a parlare di inflazione. E con quale veemenza! Sembra che siamo sul punto di andare in rovina per un centinaio di tick di troppo. Ma se il nostro Paese non ha mai brillato per senso della misura - eccezion fatta per il campo della moda - bisogna pur riconoscere che di inflazione, dopo i recenti dati, bisognava sì parlare. E parlandone, occorreva e occorre rispondere a due domande: è un problema il nostro tasso di inflazione? È una risposta il provvedimento del governo di tassare un po' meno i carburanti?

Come a volte succede, e scusatemi se mi tocca di essere un po' come i sofisti di quando Socrate non aveva ancora bevuto la cicuta, le risposte a ciascuna di queste due domande sono due, e fra loro contraddittorie. Vediamole, perché forse ne uscirà un po' di chiarezza (altra contraddizione, a pensarci, ma pazienza, la realtà ogni tanto è un po' paradossale).

Prima domanda, è un problema? Sì, è un problema. Come ha ricordato a botta calda il governatore della Banca d'Italia, "L'Italia continua ad essere caratterizzata da una inflazione superiore a quella media dell'area dell'euro". Questo, sommato alla crescita già di per sé bassa, non favorisce le nostre prospettive a breve termine. "L'economia italiana", ha detto Antonio Fazio, "soffre di difficoltà strutturali che le impediscono di realizzare a pieno il potenziale di crescita che possiede. Le stesse difficoltà tendono a ripercuotersi sull'andamento dei prezzi". Inflazione e costo del lavoro crescono più di quanto non si registri nel resto di Eurolandia: a essere in pericolo è la nostra competitività internazionale.

Ma per un altro verso, l'inflazione non è un problema. È stato ancora Fazio a ricordarlo: se da luglio la variazione dei prezzi (destagionalizzata e annualizzata) si è portata intorno al 3 per cento, il tasso tendenziale è al 2 per cento e la media annua dovrebbe risultare intorno all'1,7 per cento. Chi è nato prima del 1968 può ben ricordare tassi del 20 e più per cento all'anno. Un tasso del 2 o 3 per cento non è un problema sociale. È solo un problema concorrenziale.

Come ormai tutti sanno, la preoccupazione manifestata da varie parti ha indotto D'Alema a scremare € 0,0154 dall'importo che il nostro signor Stato preleva su ogni litro di benzina. È efficace questo provvedimento? Ancora una volta, sì e no. È vero che una grossa fetta dell'inflazione si spiega con i rincari del petrolio, ed è vero pure che la riduzione dei prezzi alla pompa che risulterà dal minor carico fiscale, anche solo per motivi aritmetici, smorzerà l'inflazione di qualcosina. Ricordiamoci però che "gli sceicchi" non sono i soli responsabili dell'inflazione in Italia: sull'indice hanno pesato anche la voce "abbigliamento e calzature" e le tariffe (voce "abitazione, acqua, elettricità e combustibili"), con aumenti non trascurabili.

Su questa e su altre voci l'azione possibile si riduce all'intervento microeconomico per abbattere tutti gli intralci alla produzione che fanno salire i costi e quindi i prezzi. Meno adempimenti per le imprese, meno tasse, più infrastrutture: questa è la vera ricetta. Il monito questa volta è venuto dalla Sicilia, dove - a margine della due giorni organizzata dalla Confindustria - il presidente dell'Unione industriali di Napoli con delega per il sud, Antonio D'Amato, ha commentato questa micro-impennata dei prezzi. "L'inflazione in Italia è stata combattuta più attraverso il calo della domanda che aggredendo la struttura dei costi", ha detto D'Amato: "ci si è preoccupati di governare l'emergenza senza riforme di struttura". Che è poi quello che all'Italia rimprovera, senza tanti complimenti, l'ultimo numero di ottobre dell'Economist.


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Bbva-Unicredito, un'alleanza latina che ci fa più europei

di Paolo Brera

 

(Ottobre 1999) È confermato e non se ne può più dubitare: la prospettiva strategica di Unicredito è la virtuale fusione con il Banco Bilbao Vizcaya Argentaria (in sigla Bbva). L'ultima conferma è venuta da Pedro Luís Uriarte, amministratore delegato del Bbv e futuro vicepresidente del Bbva(la seconda entità finanziaria della Spagna), in due interviste. "Vogliamo essere la banca leader del mondo latino", ha detto Uriarte: "Ed è molto importante l’idea dell’alleanza strategica. Noi non abbiamo il capitale, anche come Bbva, per fare un’operazione convenzionale in Europa. Sarebbe inconcepibile un’operazione ostile in Francia o in Italia. Per cui l’approssimazione dev’essere quella di alleanza strategica, uno scambio azionario che presupponga una fusione a bassa intensità". Unicredito era già stata al centro dell’intervista rilasciata domenica 24 ottobre a El País da Emilio Ybarra, futuro copresidente del Bbva, attuale presidente del Bbv ed azionista di riferimento, con il 10 per cento delle azioni, della Bnl. "Stiamo negoziando lo scambio di azioni, più del 10 per cento. Non sappiamo quanto tempo ci vorrà. C’è una grande politicizzazione in Italia in qualsiasi decisione e la Banca d’Italia ha poteri molto maggiori di altre banche centrali. Per ora, è uno scambio azionario con forte collaborazione in quei business che sono suscettibili di appoggi mutui, soprattutto in attività transnazionali, di grandi imprese, di multinazionali". Sul versante italiano Dino De Poli, presidente della Fondazione Cassamarca, azionista dell'Istituto di Piazza Cordusio, ha a sua volta ribadito la realtà del progetto: "Per Unicredito la strategia è la fusione con il Bbv-Argentaria: questa è la linea da seguire, il resto è tattica".

Non è già cosa fatta e i dettagli ovviamente riposano ancora in mente deorum. Fatta questa sola riserva, d'altro canto, è difficile sopravvalutare l'importanza dell'operazione. In gioco è niente meno che la creazione della terza o quarta banca dell'Unione europea per mezzi amministrati. E la logica dell'alleanza-fusione è impeccabile: tanto Bbva che Unicredito sono il risultato di complesse operazioni di tipo federalista: anche a prescindere dalla "identità latina" comune a entrambe le banche, dunque, le rispettive culture aziendali sembrano a priori alquanto compatibili.

È del tutto certo che il progetto non lascerà le cose come stanno nel sistema bancario italiano, da qualche mese teatro di veri terremoti. Unicredito infatti sembra essere il destinatario finale della quota oggi di proprietà dell'Ina nella Banca Nazionale del Lavoro, e per di più è uno dei partecipanti alla corsa per il Mediocredito centrale, insieme al quale acquisirebbe anche il controllo del Banco di Sicilia. Qui il condizionale è d'obbligo perché ci sono altre due cordate, quella della Popolare di Vicenza e quella della Banca di Roma, e la partita è apertissima. Gli spagnoli per parte loro detengono già il 10 per cento della Bnl. Riunendo le due quote anche Bnl verrebbe di fatto a far parte della nuova alleanza. E a quel punto il rango di quest'ultima nella graduatoria europea salirebbe ancora, forse perfino tanto da fare dell'ipotetico Banco Bilbao Unimediocredito Vizcaya Argentaria di Sicilia Nazionale del Lavoro (o come accidenti si chiamerà, io sonoramente rinuncio a fare previsioni!) il numero uno in Europa.

C'è ovvio fermento anche tra gli azionisti di Unicredito. Si è già registrato il prevedibile no comment sulla fusione da parte di Deutsche Bank e Ras, i due soci tedeschi della banca. Ma la Ras, controllata dal colosso Allianz, era cresciuta nei giorni precedenti da circa 3 al 5 per cento della banca italiana. Un segnale per ribadire la propria autorevole presenza di fronte all'evolversi dei negoziati con gli spagnoli e dell'operazione Bnl? Nulla di più probabile.

A parte la situazione del Banco di Sicilia, per il quale il puro e semplice assorbimento da parte di un grande gruppo sembra peggiore del profondo ancoraggio al mercato finanziario prospettato dalla Popolare di Vicenza e dai suoi alleati, l'alleanza rappresenterà sicuramente un notevole passo nel senso dell'europeizzazione del nostro sistema bancario. In questi termini, è sicuramente la benvenuta. Resta da vedere se otterrà – dal governo e dalla Banca d'Italia – tutti gli OK necessari.


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Enel, il mercato ha visto la luce. O crede alle fate?

di Paolo Brera

 

(ottobre 1999) Non poteva debuttare in una giornata peggiore di quella del 18 ottobre, il collocamento dell'Enel (l'ex monopolio pubblico dell'elettricità in Italia). Eppure, sfidando il Niagara ribassista di Piazza degli Affari, nel primo giorno dell'offerta le azioni Enel sono andate a ruba, e al ministero del Tesoro già pensano di aumentare ancora la quota da cedere. Nei giorni scorsi la prima tranche era già salita dal 15-18 al 20-23 per cento del capitale, ma ora si discorre di portarla addirittura al 30 per cento. Incasso previsto: 15,5 miliardi di euro, cosa che fa dell'Ipo in corso (la sigla sta per "Offerta iniziale al pubblico") una delle maggiori al mondo di quest'anno - e dell'Enel, secondo le parole del direttore generale del Tesoro, Mario Draghi, "il più grande operatore elettrico a livello mondiale in termini di capitalizzazione".

Il mercato, quindi, ha mostrato di credere alle fate. Quelle dello spot pubblicitario, si capisce. Ma comprare le azioni Enel, in definitiva, è un affare o no? Rispondere a questa domanda non è per niente facile. Intanto, non poco dipende dal prezzo definitivo, che sarà noto solo alla fine dl collocamento. Poi è chiaro che buona parte della redditività dell'impresa si deve al regime di monopolio, che non durerà ancora per molto. Ma a favore della società elettrica gioca, già di per sé, il suo gigantismo. La società, la maggiore per capitalizzazione della Borsa italiana, entrerà di diritto in tutti gli indici che contano, dal Mib30 all'Eurostoxx. Volenti o nolenti, i gestori professionali dovranno fare spazio all'Enel nei loro portafogli, e questa domanda obbligata sosterrà i corsi.

Le grandi attrattive del collocamento le ha succintamente spiegate l'amministratore delegato Franco Tatò: "Siamo seduti su una miniera d'oro". E ha così descritto la società: "Un gruppo multiservizi, con una diversificazione in attività correlate, non una conglomerata". Anche se sul prospetto le Avvertenze, appunto, avvertono che vi sono incertezze derivanti dal riassetto tariffario (che solo nel 2000 comporterà minori incassi per 1.300 miliardi di lire), dalla vendita obbligata entro il 2003 di quasi un quarto della capacità produttiva, dalla sorte prevista per la partecipazione in Wind.

È proprio la telefonia, insieme alla partecipazione in Telepiù, uno degli asset più ricchi e più controversi. Tatò, durante il road show, ha dichiarato senza mezzi termini che il gruppo punta moltissimo sulla diversificazione e in particolare su Wind. "Un'assemblea ha deliberato che Wind vada ceduta, peraltro nel medio termine, e una nuova assemblea può deliberare che non si vende più", ha detto, facendo ben capire come la vede lui. Però Mario Draghi ha ribadito l'impegno alla cessione, anche se appunto "nel medio termine". La formula della multiutility dispiace agli americani, ma in Europa sembra invece promettente, perché il know-how per gestire la fatturazione a un gran numero di clienti (e quelli dell'Enel sono 29 milioni) è uno dei maggiori ostacoli all'ingresso di competitori sui mercati delle utilities.

"Nel 2004", ha detto ancora Tatò, "contiamo di raggiungere il 25 per cento dei ricavi dalle attività diversificate, con un contributo al margine operativo lordo del 27 per cento". Telecomunicazioni (Wind,1,3 milioni di clienti), tv (30 per cento Telepiù, 1,2 milioni di abbonati), acqua (l'Acquedotto pugliese, 4,5 milioni di utenti), e presto il gas: "Ci stiamo guardando in giro. Lì sì che c'è ancora il monopolio". Il piano passa anche attraverso il taglio dei costi: nel prospetto si prevede una riduzione entro cinque anni di 25.000 dipendenti (-30%), sia pure con metodi "dolci" quali il prepensionamento e l'esodo incentivato.

Con i recenti chiari di luna della Borsa, qualche incertezza sul futuro dell'azione Enel è ben comprensibile. Non bastano i fondamentali, anch'essi del resto non del tutto univoci, bisogna anche che il mercato azionario non si avviti in una disperazione senza fine. Quasi nessun titolo può rimontare a lungo la corrente dei ribassi di Borsa. Ma se uno può farlo, questo è forse l'Enel. Bisogna infatti ricordare che sul mercato arriveranno abbastanza presto altre due tranche della società elettrica. Enel oggi come oggi non è contendibile, né lo sarà per un bel pezzo; ma perché Roma possa bussare di nuovo a soldi presso i risparmiatori, bisognerà non averli delusi. È assai probabile, quindi, che le quotazioni saranno in qualche modo difese da chi di dovere.


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Generali-Ina, un evento epocale

di Paolo Brera

 

(Ottobre 1999) Sull'accordo fra SanPaolo-Imi e le Generali per la spartizione dell'Ina la Borsa di Milano si è espressa già il primo giorno in modo che più chiaro non si poteva: in un contesto di calma piatta, il titolo Ina ha perso il 4,52 per cento, le Generali lo 0,42, mentre il SanPaolo è salito di oltre due punti. Una valutazione che rispecchia l'ingente spesa che dovrà fare Generali e l'espansione che la banca torinese conquista senza colpo ferire. Al di là delle reazioni immediate, non c'è dubbio che siamo di fronte a un evento epocale per il sistema finanziario italiano. E non solo per il settore assicurativo, ma anche per quello strettamente bancario.

Ricapitoliamo l'accordo. Generali ha di fatto via libera per acquisire l'Ina, e Alfonso Desiata, presidente del Leone triestino, ha ragione a dire che "è prevalsa la ragionevolezza". Con questa acquisizione il gruppo Generali conquista il primo posto in Europa nel ramo Vita. Due grandi imprese svizzere, Swiss Re e Credit Suisse, che avevano un consolidato rapporto industriale e finanziario con la compagnia di assicurazione romana, dovranno rifare molti dei loro conti. Si è parlato di un loro intervento come "cavalieri bianchi": ma vi sono evidenti ostacoli, anche non strettamente finanziari, visto che il governo sembra gradire la soluzione attuale.

Ad impressionare davvero è quello che riceverà il SanPaolo. Aderendo all'Opa, avrà fra l'1,6 e il 2,6 per cento delle Generali: e quello che sembrava il principale contrappeso a Mediobanca nel merchant banking italiano si trasforma ipso facto in un partner. Tanto di cappello a Cuccia, che prima ha attirato nel suo campo grandi personalità come Bazoli e Desiata (un tempo suoi oppositori) e oggi ha creato un altro tavolo di mediazione con la finanza cattolica.

SanPaolo riceverà anche il 51 per cento di Bnl Vita, ventesima compagnia di assicurazione italiana, la rete degli agenti Ina Sim, e Banca Proxima, una banca telematica. Addirittura cruciale è il fatto che i torinesi conquisteranno il 51 per cento di Bn Holding attualmente in portafoglio all'Ina (l'altro 49 per cento è della Bnl), e quindi potranno aggiungere ai loro 1400 sportelli i 700 del Banco di Napoli, controllato appunto da Bn Holding. In questo modo, SanPaolo diverrà una delle tre più grandi banche italiane, che si spartiranno il 40 per cento del mercato. Le altre due saranno BancaIntesa-Comit (la relativa operazione di Borsa è in corso proprio in questi giorni) e, probabilmente, l'aggregazione Unicredito-Bnl.

Due altre megabanche potrebbero vedere la luce nei prossimi mesi, completando la ristrutturazione del settore in Italia: BancaRoma-Mediocredito-Banco di Sicilia (la Banca di Roma è in gara per acquisire dal Tesoro le altre due) e Montepaschi-Banca del Salento. A quel punto ci saranno a sud di Chiasso cinque colossi del credito, con larghe partecipazioni estere, e l'internazionalizzazione del settore bancario italiano sarà cosa fatta.

Sono ben poche le cose che potrebbero ostacolare la trasformazione. Né Ina né Bnl sembrano in grado di opporsi all'acquisizione e alla spartizione della compagnia assicurativa: al più, la banca potrebbe ottenere qualche contentino per la perdita del Banco di Napoli. L'offerta delle Generali è vantaggiosa per gli azionisti dell'Ina e non si vede perché questi dovrebbero rifiutarla. Infine, non solo il sistema politico ma anche la Banca d'Italia si sono pronunciati a favore. L'inevitabile risultato sarà l'emergere in Italia di un settore finanziario forte e concentrato - e ciò molto prima di quanto non si prevedesse. In questo risiede la vera importanza dell'accordo.


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Il rilancio del Sanpaolo su Ina: ma il guadagno, dov’è?

di Paolo Brera

 

(Ottobre 1999) La conferma è venuta da Gianfranco Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo, che parlava alla Bocconi di Milano, e vale la pena di citare le sue parole: "Sappiamo", ha detto Guzzetti a margine di una cerimonia in memoria di Giovanni Spadolini, "che c'è una proposta, quella delle Generali, che ha già fatto salire il valore della nostra